domenica 26 giugno 2016

Gli Inglesi si pentiranno del "leave"?




Ho da sempre creduto nella EU, da quando è nata. E devo  confessare che conoscendo in parte il popolo britannico il suo voto "leave" (uscita), per non far parte della EU, non mi stupisce per tante ragioni. Soprattutto, gli Inglesi sono un popolo che ha un forte senso di appartenenza alla propria isola, alle proprie tradizioni e alla propria cultura. Gli Inglesi sono legati a riti e a modi di fare e di pensare che li rende unici e "vittime" del loro stesso modo di esistere. Sono poco propensi a mettere in discussione le loro regole. Hanno da sempre dominato il mondo, rendendolo anche meglio, ma sono rimasti sempre legati alla loro isola, alla loro idea di Terra: luogo lontano, ordinato secondo strutture fisiche e mentali, di cui la lingua ne è lo specchio rivelatore. L'inglese di Oxford e Cambridge non subisce forti contaminazioni da millenni. Al contrario degli Americani, non hanno mai sopportato l'idea di aprirsi ad altre culture se non da padroni, men che meno ad una cultura europea dove l'azione politica e quella umana sono da considerarsi alla pari. Hanno accettato di fare mercato con il resto dell'Europa mettendo a disposizione la loro Terra ma solo per far sì che crescesse quel modello economico che, assieme all'America, all'indomani della fine della seconda guerra, era stato messo in atto ed era stato riconfermato e potenziato durante la guerra fredda. Un modello che è stato messo in discussione con la rottura delle barriere a Est che, contemporaneamente all'ingrandirsi dell'Europa, è stato sostituito da un modello internazionale legato ad un'economia basata prima di tutto sulla finanza. C'era da aspettarselo che gli Inglesi primo o poi uscissero dall'UE,  la non adesione all'euro ne è stato un altro segno. Già da allora gli Inglesi non si fidavano di un sistema monetario dove la loro moneta fosse cambiata da un'istituzione finanziaria che non sarebbe stata la loro e solo la loro. La sterlina non poteva essere contrappesata da una moneta senza radici, da qualcosa che andasse oltre il loro pensiero "pesante" legato alla propria tradizione. Se analizziamo bene, quelli che dissero no all'euro, sono gli stessi inglesi che oggi hanno votato no al "remain",  e questa scelta in molti casi l'hanno motivata come una scelta fatta per il bene delle future generazioni. Si ha l'impressione che il risultato di questo ultimo referendum altro non è che l'espressione di un carattere legato più a una questione antropologica che a una convinzione razionale. È difficile capire le ragioni di chi ha votato per lo strappo dall'EU, quando viene giustificato che è stato fatto per il bene delle future generazioni e quando i giovani erano d'accordo per rimanere in Europa. Mi sorge il dubbio, non è che quel carattere un po'inglese di prendere per il guinzaglio i cagnolini sciolti e di pretendere da essi la caccia alla volpe, stavolta non abbia funzionato, e che quel giochino fatto da Cameron quando, appena dopo il referendum sull'indipendenza della Scozia nel 2014, diceva: "A Londra troppi italiani fermateli o lasceremo l'UE", pensando di ricattare le autorità europee attraverso la debole Italia, si sia ritorto contro?
Penso che con quest'ultimo referendum, la popolazione di sua Maestà si sia persa l'occasione per creare assieme a noi Europei una nuova realtà geo-politica e che ciò, paradossalmente, stia stimolando il rinnovamento di quell'architettura della EU, la quale può essere la sola realtà in grado di superare la confusione e l'annientamento di un'area nel passato teatro di grandi conflitti: un'istituzione pacifica in grado di competere con un mondo in evoluzione.
Gli Inglesi con calma usciranno dall'Europa così come vi sono entrati, senza troppi benefici ma anche senza danni.  Non hanno mai voluto rischiare tanto e poco intascheranno. Rimarranno sempre nella loro isola e ci meraviglieremo,  andandoli a trovare, della tanta diversità. Forse andremo a studiare le lingue nelle loro università per il gusto di dire che sappiamo parlare un buon inglese, ma se vogliamo fare poco gli esibizionisti e più economia ci basta imparare l'inglese di Malta o quello americano.  Ci ritroveremo con giovani inglesi un po' rammaricati e un po' invidiosi di non far parte di una realtà europea. Gruppi di Hooligans possono venire a fare baccano nelle nostre città e forse dovremo sopportarli e comprenderli come quelli olandesi. Faremo una gita a Londra per Natale e una sul Tamigi, se ce lo permetteranno, e così via. Una cosa è certa, nonostante le paure e le incertezze nell'amministrare la Casa comune europea, nonostante le pressioni e le pretese dei Tedeschi, nonostante i pensieri nazionalisti di paesi entrati dopo di noi e dei Francesi e nonostante tutti i caratteri residuali degli altri popoli europei, rispetto a una dimensione nuova e viva, quella di creare una forte unione di popoli rimane l'unica grande realtà che non può morire, in un mondo problematico di per sé,  anche a dispetto di gruppi di isolazionisti, di persone poco informate, di politici speculatori e di facinorosi.
Inoltre mi chiedo, a conclusione di questi miei pensieri, non è che gli Inglesi già si sono pentiti di quello che hanno fatto?

lunedì 25 aprile 2016

Da: Viaggio dell'abate Longano per la Capitanata, di Francesco LONGANO, in Napoli, MDCCXC, presso Domenico SANGIACOMO


14. Vessazioni di Ministri Baronali.
Alla prima i tanti dritti proibitivi di molini, di trappeti comprati, o usurpati, le tante angarie, e parangarie per tal modo inquietano, e perturbano i campagnuoli , ch' essi avviliti vivano con somma molestia e noja. All'angustie di non poter estrarre l'oglio, valicare , o tingere i panni, macinarsi il grano, macerarsi il lino, vendere le sue derrate, tagliarsi un arbore, pascolare i proprj bestiami si aggiunge anche la molestia di tanti esecutori, sempre avidi , e sempre rapaci. In tale stato un povero colono consumato dalla fatica, tribolato dall'inedia, e da famiglia numerosa aggravato, quale risentimento può fare contra persone potenti nella Regia Udienza, e nella istessa Capitale ?

15. L' idea ignominiosa scioccamente attaccata a quest' arte anche ritarda il suo progresso.
Subito, che la somma potestà venne tra le mani di uno, o di molti rapprepresentanti, si venne a formare una classe di oziosi, la quale è riputata come un propugnacolo, ed una rocca del Trono. Da ciò nacque una quasi separazione de popolo, diviso in nobili, e in plebei. Arricchito il primo ceto collo spoglio de' plebei, cominciò a insolentirsi, e a riputare i campagnuoli tanti vili giumenti destinati a formare la loro opulenza, e a soddisfare ai loro smoderati desiderj. Di quì l'abbiezione della gente di campagna, e il suo massimo avvilinento. In oltre dopo, chè i Romani furono corrotti col lusso dell'Asia ebbero a vile l'esercitare più la vita campestre, l' abbandonarono in mano degli schiavi, per cui anche divenne ignominiosa, vile, ed abbietta. Né questo è tutto. Tosto che un giovinetto anche figlio d'aratore, o di cantiniere sia stato pochi mesi in Napoli, ritornato nel proprio Paese laureato in medicina, o in legge, o in altro, odia a morte la campagna co' tutti i campagnuoli, e gli infama co' nomi di Villani, di Cafoni, di Coppolini . Di qui è, che gli inimici più aspri sono i privileggiati poveri ed ignoranti; i predatori impuniti delle università, e de' luoghi pii, gli apostati della fatica rurale. (Pp. 123, 124, 125, 126)

mercoledì 4 novembre 2015




Unità nazionale e Giornata delle Forze Armate 
Monumento ai Caduti
JELSI (Campobasso)
4 novembre 2015 

Il 4 novembre è stata l'unica festa laica italiana, istituita nel 1919, che abbia attraversato indenne i vari momenti politici della nostra Italia, da quello liberale a quello fascista all'attuale repubblicano. È il giorno che ricorda la riappropriazione delle terre italiane occupate dall'imperialismo austro-ungarico, riconquistate il 4 novembre 1918, giorno dell'armistizio, che pose fine alla guerra scoppiata un secolo fa e che rafforzò l’Unità d’Italia
Fino al 1976 questo giorno è stato un giorno festivo così come la festa della Repubblica, il Natale, la Pasqua e tutti gli altri.
 Dal 1977 in poi è stata resa "festa mobile" da celebrare nella domenica vicina al 4 novembre.
Noi quest’anno, pur non essendo domenica, abbiamo voluto ritrovarci in questo spazio in segno di festa, come hanno fatto I nostri avi per quasi cento anni, perché forte abbiamo sentito il bisogno di parlare alle nuove generazioni attraverso la scuola.
Siamo venuti qui al Monumento ai caduti per un grande sentimento di rispetto nei confronti di coloro che hanno donato la propria vita nella guerra. Il nostro è oggi, anche per chi prova nel cuore un forte sentimento di pacifismo, un sentito e doveroso omaggio alla loro memoria.
L’omaggio va reso anche alle Forze armate che dell’Italia sono le custodi della difesa e dell’ordine, ma anche di quello spazio che ci fa sentire popolo abitante di un territorio che è stato dei padri e delle madri, su cui conserviamo i nostri dialetti, le nostre tradizioni, il luogo dove condividiamo gioie e drammi. Qui, in questo spazio, che oggi è carico di festa, di memoria e di dolore, commemoriamo i figli di Jelsi che hanno dato la vita versando sangue nelle acque del Piave, morendo nei boschi o tra le pietre delle Alpi, nei deserti dell’Africa, morendo assiderati con mimetiche estive tra il freddo e la neve della Russia, nelle campagne tra i fossi dilavati dalle piogge invernali dei Balcani e nelle contrade più impensabili delle terre d’Europa. Altri ancora perirono nei campi di concentramento nazisti. Alcuni di loro, anche da morti, non hanno mai fatto ritorno, altri sono stati ritrovati solo successivamente. Qualcuno è stato riportato a casa, altri sono stati seppelliti nei cimiteri militari del Trentino, nel sacrario di Redipuglia in Friuli, di Amburgo in Germania, nelle fosse comuni dell’Austria e, forse, della Russia e tanti altri cimiteri ancora.
Ne abbiamo letto, con riconoscenza, i nomi che ogni anno vengono giustamente e doverosamente ricordati.
Noi oggi siamo qui per commemorare, cioè tenere a mente, fare in modo che non dimentichiamo quanto è stato, ciò che è e che fu.
Lo facciamo in questo luogo, perché è qui che si riannodano i fili della nostra memoria, è qui che passano i fili della tela della nostra Unità di Italiani. È qui che gridano forti le voci di un popolo martire. È qui che sono custoditi i sogni, i desideri e i sentimenti di giovani generazioni che hanno creduto in un mondo migliore, offrendo se stessi.
Queste pietre, attraverso la guida della storia, conservano le urla strazianti della libertà, il lamento funebre e le lacrime calde di madri e di vedove, di figli e di padri, e di chi ha sofferto per gli ideali per un cambiamento.
L’Italia era una ma gli Italiani, dalla caduta dell’Impero romano nel 476 d. C., vivevano in una penisola dove tanti erano i padroni. Perlopiù, gli Italiani erano stati guidati, a volte sfruttati, altre volte immiseriti da famiglie di nobili stranieri, spesso associate o unite da legami di parentela. Solo dopo l’Unità d’Italia e alla fine della Prima Guerra mondiale, gli Italiani sono riusciti ad avere una loro terra. Una Terra presa con lo sforzo estremo di tutti, illuminati dalla ideologia e mossi dalle azioni che caratterizzarono il nostro Risorgimento, per cui gli uomini si sentivano popolo di un luogo, coraggiosi e portatori di una visione nuova del mondo, tanto da offrire la vita. Lo fecero perché avevano fiducia nella loro patria e perché credevano negli ideali dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, in cui erano stati proclamati i diritti dell’uomo e del cittadino, in cui si riconosceva la libertà e la dignità dell’uomo, per cui tutti gli uomini sono uguali e che i rapporti tra le sovranità e i cittadini devono essere regolati da un Contratto o Costituzione.
Ma tutto ciò è costato sangue e vite. Vite di ogni classe sociale, ma soprattutto di masse di contadini e operai.
Non a caso i nostri nonni, le nostre passate comunità, con le loro guide e la loro saggezza, hanno scelto e creato un luogo come questo, uno spazio particolare per ricordare, che oggi possiamo definire di una sacralità unica, laica. Dove la parola laica sta ad indicare sia una rigida separazione tra lo Stato e le confessioni religiose (come succede negli U.S.A. o in Francia) sia una esplicita separazione tra stato e religione, ma con una favorevole accoglienza della pratica religiosa, senza discriminazioni nei confronti delle altre e diverse confessioni (come succede in Italia). Concetto reso ancora più chiaro da Cavour con la frase, "libero stato in libera chiesa".
Questo è un luogo per ricordare i figli di chi siamo e quanto è stato fatto, quante parole, quanto sudore e soprattutto quanto sangue è stato versato per essere cittadini di oggi. Cittadini, cioè coloro che abitano la città, quel luogo dove si conserva la vita.
Perciò ricordare non è solo un dovere morale, ma è soprattutto un dovere civile. Uno di quei doveri senza il cui assolvimento non possiamo reclamare i diritti. Ma spesso abbiamo la memoria corta, perciò la storia, i monumenti e i luoghi come questi ce lo ricordano. È la storia che guida il futuro. Un domani senza l’oggi e senza lo ieri non può esistere.
Un’evidenza scientifica ci dice che per quanto riguarda l'evoluzione umana, da un punto di vista fisico e quindi organico, non si regredisce facilmente. Al contrario, da un punto di vista culturale e quindi del sapere, della conoscenza, noi possiamo regredire nel giro di qualche generazione. Questo ci deve far capire che senza ricordo, senza educazione e senza scuola, noi torneremo ad essere degli animali allo stesso modo di come lo sono le scimmie, ma anche più violenti.
Ricordando le Forze armate, è bene sottolineare quanto esse siano state strategiche nel miglioramento della nostra civiltà, a volte anche sbagliando, e quanto sia stata importante nel corso dei decenni la loro difesa del territorio.
Ma come noi oggi dobbiamo difendere la nostra casa? Qual è il ruolo delle Forze armate a cui noi oggi rendiamo omaggio?
A tale proposito, è di fondamentale importanza ricordare il cardine della nostra esistenza civile. Il punto di arrivo ma anche di partenza di un mondo civile e civilizzato, dove la regola è la garanzia fondamentale della coesistenza tra esseri umani. Esso è l'art. 11 della nostra Costituzione, che dice: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo." Quindi le controversie tra gli stati e le privazioni di libertà tra gli uomini vanno risolte pacificamente e con l’intervento di organizzazioni sovranazionali. È da questo principio fondamentale che dobbiamo partire per comprendere come in Europa da circa settant'anni non ci sono guerre.
La scrittura della nostra Costituzione e con essa l’elaborazione dell’art.11 è avvenuta nel periodo appena dopo la Seconda guerra mondiale, quando l'Italia era in ginocchio e gli italiani avevano capito sulla loro pelle il senso del disfacimento umano arrecato dalla guerra. Tanto che un protagonista di quell'apocalisse, Sandro Pertini, ben conscio dei mali che la guerra aveva arrecato, ha gridato, da Presidente della nostra Repubblica, "Chiudete gli arsenali e aprite i granai".
È grazie all'articolo 11 che il nostro stato ha potuto costruire, attraverso un intreccio di regole con le leggi delle istituzioni mondiali, quell'ordinamento internazionale che gli ha permesso di partecipare alla creazione di un ordinamento mondiale più giusto, che potesse esprimere i valori fondamentali che sono alla base della vita democratica.
Sono gli stessi valori dell’ ONU e della UE.
È su questa base che l'Italia, nel dicembre del 1955, ha aderito all'ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), che già si era costituita nell'ottobre del 1945, il cui obiettivo era quello di mantenere la pace nel mondo. Ed è su questo principio che, prima di ogni altro stato, l'Italia ha anticipato e fornito le indicazioni fondamentali che oggi si trovano alla base dell' Unione Europea. Difatti questo principio, come abbiamo detto, già presente nella Costituzione italiana, è stato ripreso sia allorquando è nata la Comunità Europea nel 1951 sia con il Trattato di Roma nel 1957. Tutto è stato ribadito nella scrittura della Carta dei Diritti fondamentali dell'Unione Europea, proclamata in occasione del Consiglio di Nizza del 7 dicembre 2000. Dove, nel preambolo di questo documento, si dichiara che i popoli europei, nel creare tra loro un'unione sempre più stretta, decidono di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni.
Se la comunità internazionale oggi ha un diverso orientamento, volto a legittimare gli interventi, anche militari, nei confronti di alcuni stati, questo succede solo e soltanto perché vengono fuori emergenze umanitarie, come in Siria, oppure si evidenzia una palese violazione dei diritti umani (deportazioni, genocidi, stupri etnici).
Il nostro auspicio è che le azioni di forza siano sempre condotte sotto l'egida di un'organizzazione internazionale e siano impedite a quegli stati che decidono azioni di forza unilateralmente, anche se per fini umanitari.
Il nuovo Presidente dello Stato, Mattarella, in occasione del discorso per il suo insediamento, ha messo in forte evidenza il ruolo fondamentale delle Forze armate per la pace. Pertanto a tutti coloro che hanno lottato e lottano per la pace va il nostro pensiero, pensiamo al disagio dei fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ricordiamo tutti quelli che nelle varie missioni militari hanno perso la loro vita, dai militari della strage di Nassiriya a tutti coloro che per portare la pace sono stati uccisi, tra questi il caporale maggiore molisano morto in Afganistan Alessandro Di Lisio. Come pure non dobbiamo dimenticare quei semplici cittadini e quei giornalisti che nel corso degli anni sono stati uccisi mentre svolgevano il loro lavoro e la loro lotta, con la penna e le immagini, sia per informarci sulle guerre del mondo sia per denunciare i traffici illeciti e i mali della nostra società. Il nostro pensiero va, quindi, a tutti coloro che, nel sacro dovere per contribuire alla costruzione di un mondo migliore, sono arrivati a sacrificarsi, donando la propria vita per il nostro Paese e la nostra civiltà.
Nel salutarci, diciamo grazie ai rappresentanti delle forze armate presenti a Jelsi. Ricordando il lavoro delicato che loro svolgono sul territorio. Un grazie va a tutta la Scuola, agli alunni che hanno partecipato attivamente e hanno prestato ascolto, la cui presenza è stata preziosa. Saranno loro le nuove generazioni che raccoglieranno il testimone. Grazie agli insegnanti, che con il loro lavoro, il loro esempio e la loro testimonianza riusciamo a far sì che i valori della nostra società e il racconto della storia possano essere conservati e consegnati alle nuove generazioni. Un grazie va anche all'autorità religiosa, al parroco, che con la sua opera di condivisione e di elaborazione dei drammi umani riesce ad alleviare il dolore delle nostre famiglie.
E' il grazie che sorge spontaneo da questa Terra di Jelsi e perciò è il grazie dell'Italia e del mondo civile di cui noi tutti siamo custodi!

Viva l’Italia!
Comune di Jelsi


domenica 2 novembre 2014




Come ogni anno ci ritroviamo qui in occasione della Festa delle forze armate e nel giorno che ricorda la riappropriazione di quelle terre italiane occupate dall'imperialismo austro-ungarico, riconquistate il IV novembre 1918, giorno dell'armistizio, che pose fine alla guerra che scoppiò un secolo fa e che rafforzò l'Unità d'Italia. 

Come dice Ermanno Olmi, col suo ultimo film "Torneranno i prati", che uscirà domani al cinema, la cultura del secolo passato spesso non è stata in grado di spiegare per che cosa sono morti i giovani nella Grande Guerra. Così è chiamata la guerra mondiale scoppiata il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell'Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo- Este. In parte Olmi ha ragione, soprattutto se parliamo della cultura politica del nostro passato. Però, sotto traccia, nelle piccole realtà, lontano dalle parate militari e dalle grandi manifestazioni, nell'Italia delle province, i nostri nonni hanno saputo testimoniare la loro esperienza, sopravvivono come carboni accesi sotto la cernere, i riti e le commemorazioni civili, come questa di oggi, che da quasi un secolo si ripetono. Ricordo personalmente quando da piccoli si veniva col freddo e qualche volta anche con la neve a portare la bandierina italiana in questo giorno. Sono azioni che si comprendono solo in età adulta. Così ancora oggi ci ritroviamo assieme per riflettere sui valori spesso dimenticati, ma che rimangono il pilastro della nostra esistenza di italiani, prima che di europei. Il nostro fare serve a riconfermare e affermare momenti e fatti degni di essere ricordati. Le pietre come le parole servono anche a ricordare. Questo nostro obelisco messo così, apparentemente, senza una preparazione culturale, un minimo di conoscenza, sembra una pietra per abbellire il nostro corso, ma sappiamo molto bene, e lo devono sapere soprattutto le nuove generazioni, che esso è il monito, l'insegnamento, l'esortazione a far sì che drammi di cui si è reso protagonista l'uomo possono succedere ancora e noi siamo qui per far Si che non avvengano più. Come pure sono il segno che ci obbliga a non arretrare rispetto all'usurpazione, da parte di forze estranee, della nostra dignità. In questo caso ci deve soccorrere la storia fatta di testimonianze e documenti. Ed è la storia che deve essere la nostra maestra. Per fare ciò, c'è bisogno non solo della profonda convinzione che tutto ciò è avvenuto, ma anche di una profonda formazione culturale su ciò che oggi sono i conflitti bellici, la guerra e in particolar modo il terrorismo. Spesso, coinvolti nei grandi sconvolgimenti sociali dei popoli del mondo, investiti da soffocanti crisi economiche e dalla diffusa illegalità, facciamo grande fatica a contenere l'idea della guerra nei nostri animi. Dimentichiamo spesso anche il senso della dignità umana. Cioè quel valore intrinseco e inestimabile di ogni essere umano: tutti gli uomini, senza distinzioni di età, per cui stato di salute, sesso, razza, religione, grado d'istruzione, nazionalità, cultura, impiego, opinione politica o condizione sociale meritano un rispetto incondizionato, sul quale nessuna "ragion di Stato", nessun "interesse superiore", o "Razza", o "Società", può imporsi. Spesso vediamo e sentiamo che facilmente si sfocia sia nel razzismo sia nella xenofobia, e il più delle volte, alcuni discorsi sono dettati più da una chiusura mentale o da una speculazione politica mediocre che dalla capacità di elaborare un modello sociale attivo in cui l'altro e il prossimo sono un nostro arricchimento e miglioramento. La solidità di questo monumento, dal lat. monumèntum, che deriva dal greco mnemeion, da monere cioè ricordare, ci deve ricordare sia la solidità e la solidarietà della nostra comunità sia il peso della vita scontata col sangue, sostanza di drammi inenarrabili, di corpi lacerati da bombe e abbandonati nelle trincee, di figli affidati alla Madre terra, di mogli, di madri e di amori dai cuori spezzati. L'altezza di questo obelisco, scelta dai nostri padri, pensiamo sia la spinta propulsiva di una comunità verso il domani, la cui stella pensiamo sia il bene dei nostri figli rappresentati dalle nuove generazioni accorse oggi qui con la scuola. 

È alla scuola, e soprattutto alle nostre famiglie, che noi affidiamo il compito difficile di trasmettere i valori che rappresentano il pilastro della nostra civiltà. Ma ricordiamoci, senza la condivisione di questi valori, siamo destinati al fallimento sociale e a non riconoscere quello per cui per esempio oggi ci ritroviamo qui. Tutto diventa un esercizio di autorappresentazione vuoto che ci disorienta e ci porta ad accettare la mostruosità dell'annullamento. Fu annullamento il Secondo conflitto mondiale con gli oltre settanta milioni di morti, come pure fu annullamento l'accettazione di uno stato xenofobo e razzista con le leggi razziali del 1938, come pure fu annullamento il progetto di annientamento attraverso i lager nazisti e con essi le fosse comuni staliniane, quelle cambogiane di Pol Pot, quelle della ex Jugoslavia, quelle del Ruanda, e tra tutto ciò non possiamo non mettere i fondali del Mediterraneo. Net 2014 fino ad oggi, hanno accolto già 3000 morti. 

Ogni anno, in questa occasione, abbiamo ricordato tutti i caduti jelsesi nelle due guerre, quest'anno vogliamo affiancare a questo ricordo quello di un giovane morto in un lager nazista. Diversi sono stati paesani racchiusi nei campi di concentramento nazisti, ma uno solo, Giovanni D'Amico, che non era nato a Jelsi, ma era figlio di padre jelsese, rimase vittima di questa mostruosità umana. Giovanni era capitano in servizio presso il IX reggimento degli alpini quando l'8 settembre, in occasione dell'armistizio, da Gorizia dove si trovava fece ritorno a casa per abbracciare la causa antifascista.

Quindi, nella festa delle forze armate e nel giorno del ricordo dei caduti di tutte le guerre, l'augurio è che ognuno di noi faccia proprio il ricordo delle sofferenze e delle glorie che i nostri avi hanno vissuto nel corso del tempo. Come pure un pensiero di intimo rispetto va ai rappresentanti delle forze armate per il grande e delicato compito che esse svolgono in difesa della nostra Italia. Diciamo così grazie ai rappresentanti delle forze armate presenti a Jelsi. Grazie per la vostra presenza e per la vostra opera, per il vostro esempio. Un grazie va anche al parroco. E' il grazie che sorge spontaneo da questa Terra di Jelsi e perciò è il grazie dell'ltalia! Sia Viva l'Italia! 

5 novembre 2014

lunedì 5 maggio 2014

Pellegrinaggio a Santa Lucia (Sassinoro - BN)

Da sempre le comunità che gravitano attorno alla sponda sinistra del Fortore, come quelle di Jelsi, Riccia, Gildone, Cercemaggiore e altre in provincia di Campobasso,  si recano annualmente in pellegrinaggio al santuario di Santa Lucia di Sassinoro (Bn). In questo santuario si consumano rituali antichi, come raccogliere pietruzze nella grotta della chiesa e strofinarle sugli occhi, attraversare per tre volte al buio la stessa grotta, oppure, stringere legami di comparatico.
Il Santuario ha una sala dedicata agli ex voto.

Pellegrini sul percorso che porta a Sassinoro

L'antico santuario di santa Lucia all'interno 
con pellegrini in fila per l'attraversamento della "grotta"



 

http://filippocarcano.com/

Sito interessante sull'arte sociale, in cui si parla dell'opera di Michele Cammarano, pittore che sviluppò uno stile legato al realismo sociale dell'Ottocento, come si vede ad esempio nel suo Ozio e lavoro del 1863, conservato nella Galleria di Capodimonte a Napoli.