venerdì 16 novembre 2018

4 novembre 2018 - Giornata dell'Unità nazionale, delle Forze armate e Commemorazione dei caduti di tutte le guerre





Buongiorno cittadini, autorità civili, militari e religiose. Oggi, 4 Novembre, celebriamo la Giornata dell’Unità d’Italia e delle Forze Armate. Questa è una COMMEMORAZIONE, dal latino Cum che significa insieme e memorare, ricordare. Per intenderci, richiamare alla memoria, ricordare solennemente.  
Ci ritroviamo così ogni anno, qui in chiesa al monumento ai caduti che nel tempo abbiamo imparato a riconoscere come uno spazio del “ricordo”. È qui che con il nostro impegno civile di comunità ogni anno proviamo a non dimenticare che una storia ci ha prodotti. Noi siamo eredi e figli della nostra storia fatta di migrazioni, di scelte, di sudori e sfinimenti, di sacrifici, di sangue versato e di patimenti. È in questo posto che rendiamo omaggio ai caduti di tutte le guerre, ed è qui che riallacciamo i fili della storia della nostra comunità. È qui che ci sforziamo di non dimenticare, perché è facile dimenticare. Dicono le nostre madri “ce vo’ ‘u delore pe’ chiangne”, come per dire che la comprensione passa per il dolore e questo ci deve far comprendere il dramma che è in ognuno di noi e nella umanità stessa. Le generazioni che non hanno vissuto la guerra, spesso hanno difficoltà a comprenderne il Male. Il nostro compito come istituzione, ma anche come padri ed educatori, è quello di guidare a questa comprensione. Qui, nei decenni passati, venivano madri e padri a cui erano stati tolti i figli, mogli senza più mariti, tutti uomini mandati al fronte, dove non c’erano scelte se non quelle di assaltare il nemico. Non si tornava indietro: “O la vittoria o la morte”. Oggi il nostro dovere è non perdere questi ricordi, non dimenticare quello che è stato fatto per arrivare a quello che siamo oggi, abbiamo il dovere di ricordare i fatti storici, per non perdere la rotta verso la quale siamo diretti: il bene del nostro paese. 
Questo luogo ci ricorda l’umana sventura, milioni di morti, i nostri e gli altrui. Nella prima guerra mondiale si contano 16 milioni di soldati circa, a cui sommare tre volte tanto i morti di febbre spagnola facilitati dalla guerra e dalle sue bugie. Questa pandemia fu chiamata “spagnola" perché furono i giornali liberi spagnoli a riportarne per primi la notizia, in quanto la Spagna non era coinvolta nella guerra. I paesi in guerra, chi per un periodo limitato chi per tutta la durata del conflitto, nascose la sua esistenza affermando che la malattia si era diffusa solo nel paese iberico accelerandone irresponsabilmente la diffusione nel resto dell’Europa. 
Furono ancora tanti i morti della seconda guerra mondiale: circa 68 milioni tra militari e civili. In poche parole nel mondo, nel giro di mezzo secolo è scomparsa la popolazione intera di due italie o di 1/4 dell’Europa attuale. 
Durante la prima guerra un ragazzo italiano scrisse in una lettera che la guerra era ingiusta, perché voluta da una minoranza di uomini i quali si approfittavano della ignoranza della grande massa del popolo, e per questo fu condannato a 1 anno e 10 mesi di reclusione militare per “insubordinazione” e “lettera denigratoria”.
L’Italia che è uscita da quelle guerre è stato un paese in ginocchio, nell’economia, nella ricchezza, nei rapporti tra le persone e nelle condizioni sanitarie. Fu una società che ha sofferto la fame, divisa nella politica e distrutta negli animi. Si scambiavano uomini e forza lavoro con sacchi di carbone (Belgio-Protocollo del 23 giugno 1946), si viveva ancora nell’arretratezza, milioni di uomini furono costretti a migrare, mentre chi rimaneva spesso tra gli stenti, i parassiti, i pidocchi, le zecche e altro, doveva lottare con mille difficoltà. Ma da quelle ceneri i nostri avi non persero lo spirito, seppero risorgere e pensare a un mondo migliore. Da quell’annullamento di umanità è nata l’economia europea e l’Europa nuova, unita e in pace. È quella Europa che oggi è alle corde. 
Quindi non possiamo non pensare a un rafforzamento dell’Area-Europa, fatto di paesi aperti e solidali, pronti a mettere mano alla politica comune internazionale per far fronte sia alle debolezze e ai capricci delle grandi potenze sia alle problematiche dei piccoli governi che non sono in grado di amministrare le risorse a loro disposizione. È fondamentale, oggi più che mai, che la politica sia concreta, fatta di scelte coraggiose in cui la forza, soprattutto quella armata, sia sotto il segno di un’unica intesa, in grado di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni.
La realtà è che nel mondo ci sono oltre 300 conflitti, di cui più di 200 vengono combattuti violentemente e questi quasi tutti sono prodotti dalla scarsità di risorse e al sovraffollamento della Terra. Questi rischiano di far deflagrare i rapporti e gli equilibri mondiali. Ne è una testimonianza sia l’esodo dall’Asia e dall’Africa verso l’Europa, sia quello dall’America Latina verso l’America del Nord. Di cui oggi, in questi giorni, ne registriamo uno di proporzioni bibliche che sta avvenendo dall’Honduras verso l’America del Nord.
Sotto questo auspicio, oggi ci ritroviamo qui per dire grazie alle Forze Armate, e visto che il Presidente della repubblica, lo dice l’art. 87 della Costituzione, ha il comando delle Forze armate, in lui confidiamo quale garante delle scelte e delle azioni militari. Con ciò non dobbiamo dimenticare i nostri doveri. Non dobbiamo dimenticare l’art. 52 della Costituzione che ci dice “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, non solo nei doveri militari ma anche in quelli civili in cui si è chiamati a rispettare i “diritti inviolabili dell’uomo, e assolvere al dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale,..”, dovere che figura tra i Principi fondamentali del nostro stare assieme.  
Quindi oggi, un sindaco, e ancora di più noi, per dovere di cittadini, non possiamo girare il volto dalla parte opposta ai problemi dell’uomo in crisi, e tantomeno lo può fare l’Europa che è nata proprio per superare le crisi del Novecento. Non possiamo in nessun modo negare di sapere e di vedere quanto succede intorno a noi, lasciando morire aree italiane sempre più abbandonate dalle istituzioni, altre abbandonate ai ricatti della malavita organizzata, altre ancora abbandonate ai pusher come se la sola economia possibile sia quella di un popolo alla deriva. 
Una società evoluta lo è non solo nella sua organizzazione economica e produttiva, lo deve essere anche e soprattutto nella società civile. I fallimenti dei sistemi umani derivano proprio da una cattiva organizzazione civile e morale. 
La nostra speranza è che queste giornate siano di rinvigorimento del senso della responsabilità civile, della presa di coscienza del valore che ha la storia nella nostra crescita e di rispetto per le Forza armate nel nostro Stato. 
Confortati così dal sentimento di difesa della nostra Terra, fortemente legati ad uno spirito di religiosità che sempre ha contraddistinto il fare del nostro popolo, ci auguriamo il miglioramento e il benessere dell’Uomo.  Pronti e aperti al confronto costruttivo e al dialogo nel rispetto dei DIRITTI e dei DOVERI, senza mai dimenticare che gli uni non possono esistere senza degli altri, alziamo in alto la voce gridando:

Viva Jelsi, Viva le Forze Armate, viva la Repubblica, viva l'Italia. 

lunedì 14 maggio 2018

Sperone di gallo, ossia la Prëvënzanë di Jelsi



Sperone di gallo, ossia la Prëvënzanë di Jelsi


L’olivo sin dall’antichità è stato presente in Molise, ancora prima dei Romani tracce di legno di quercia e di olivo, alberi sacri e rituali, sono state ritrovate in alcune tombe dell’area frenata. Virgilio parlando di tre varietà di olivo, l’orchite, la radio e la posia, aggiunge che il primato per la produzione di olio in tutto il mondo conosciuto del suo tempo toccava all’Italia, grazie soprattutto al territorio di Venafro, da cui si ricavava l’olio liciniano. Nel Medioevo, nel Quaderno delle scadenze, fatto redigere da Federico II, Tufaria (Tufara) pagava alla corona quattro coppas di olio (pari a circa 43 litri d’olio). 

Il primo documento che riferisce della presenza certa di olivi a Jelsi, e dal tono del testo possiamo capire anche dell’importanza che queste piante ricoprivano nell’economia e nella cultura locale, è la cronaca che racconta della furia distruttrice dell’abate Cesare Riccardo nel Sacco di Jelsi, che avvenne nella notte del 17 marzo 1672. Oltre all’uccisione del chierico Francesco Cocchiarone e alla “… rovina dell’abitato seguì quello [il saccheggio] delle campagne con tagli di alberi fruttiferi, specie di ulivi, e con asportazione di animali,..”.

Approfondendo lo studio della storia delle nostre contrade, ci si rende conto che un’economia che faceva affidamento su una sostanziosa produzione di olio prima del ‘700 non è stata mai registrata. Nonostante i tagli del 1672, negli apprezzi della Terra di Jelsi, sia in quello di Hanaclerio, a sedici anni dal Sacco del Riccardo (1688), sia in quello dello Stendardo (1732), una dichiarazione sulla presenza massiccia di olivi che potrebbe far figurare una buona produzione di olio non c’è. Ne è testimone nel Viaggio per la Capitanata (1790) anche l’abate Longano che descrivendo Jelsi ci informa delle potenzialità del territorio per una maggiore intensità colturale della pianta di olivo. “Jelzi (…) è ricco di Vigneti, e Boschi di Cerri, e Querce. Potrebbe avere Uliveti e i Gelsi, ma gli abitanti ne trascurano la piantagione…” Questa realtà agricola andrà avanti non per molto se nel 1796, nel Dizionario geografico-storico-fisico del regno di Napoli, l’Abate D. Francesco Sacco alla voce Jelsi, nell’elencare i prodotti tipici del luogo, per la prima volta inserisce anche l’olio. Scrive: “Le produzioni poi del suo territorio (Jelsi) sono grani, granidindia, legumi, frutti, vini, olj, ghiande, e pascoli per greggi.” Bisogna ricordare che nel ‘700, dopo un lungo periodo di oblio che caratterizzò i secoli XIV, XV e successivi, l’olio italiano e l’uso dell’olio d’oliva tornò ad essere prodotto protagonista sia in cucina sia in molti altri settori, da quello industriale a quello domestico per l’illuminazione degli ambienti, e  fu usato persino come prodotto medicamentoso. Gli studi-guida per una moderna olivicoltura erano quelli di Domenico Grimaldi di Messimeri, patrizio genovese, socio ordinario e corrispondente dell'Accademia de' Georgofili di Firenze, della Società di Agricoltura di Parigi e di Berna, che nel 1777 scrisse Istruzioni sulla nuova manifattura dell'olio introdotta nel Regno di Napoli.  Grimaldi cercava di diffondere le nuove idee illuministiche su un nuovo modo di coltivare l’olivo e di produrre l’olio, facendo affidamento sulle innovazioni provenzali e confortava il suo studio con sperimentazioni svolte a Seminara. Pratiche di cui facevano tesoro i notabili e borghesi locali, da Raimondo di Sangro di Torremaggiore alle varie Società di agricoltura nate qualche decennio dopo in Capitanata e nel Contado di Molise.  Venivano accantonati i suggerimenti degli autori rinascimentali come quelli di Alamanni e diventavano fondamentali quelli di Grimaldi, di Presta, Tavanti e altri.
Molti di loro seguirono le lezioni di economia di Antonio Genovesi, attorno al quale si riunirono giovani intellettuali che segnarono profondi cambiamenti epocali nella cultura meridionale, tra questi Mario Pagano, Melchiorre Delfico, Giacinto Dragonetti e Antonio Jerocades.
Non è un caso che il 27 maggio 1787 il re Ferdinando IV promosse l’esenzione “per 40 anni da ogni dazio per tutti coloro che avessero piantato oliveti in terreni ingombri di macchie, ed agli allevatori di bestiame che li avessero raccolti in determinati luoghi."  e la Società-economica di Capitanata, “sintesi compiuta della civiltà antica innestata alla civiltà moderna”, incoraggiava l’industria dell’olivo e “prometteva il premio di duc. 20 a chi piantava, ed assicurava per tre anni 300 ulivi; di duc. 40 a chi ne piantava, ed assicurava 500, e più tardi distribuiva 4000 piedi gratuitamente.” 

Il miglioramento e la rinascita di una realtà economica a Jelsi e nella Capitanata, di cui Jelsi originariamente ne faceva parte, sono testimoniati anche da Scipione Staffa che, mettendo in evidenza gli sforzi imprenditoriali che mostrano anche attività sperimentali, così descrive la realtà olivicola del Subappennino dauno, dice: 
“L’olio è abbondante, ed eccellente, specialmente dopo l’introduzione degli strettoi idraulici (…) ove distinguonsi i Comuni d'Alberona, Roseto, S. Bartolomeo, S. Marco la Catola, Celenza, Montaguto, Castelluccio Vallemaggiore. 
II sig. Tango di quest’ultimo paese à inventato un frantoio, il quale mercé una ruota inclinatamente solcata sul dorso, frangendo la polpa delle ulive, e restando intatti i nocciuoli produce più abbondante, e migliore olio. E con ciò à raffermato il principio d’Amoroux che i nocciuoli triturati diminuiscono gli olii. Di qui è, che gli olii di Tango possono gareggiare con quelli di Aix, di Genova, e di Lucca.”
Uno slancio produttivo testimoniato a Jelsi anche da un continuo e costante aumento demografico.




Furono gli anni in cui alcuni parroci molisani facevano scontare le penitenze piantando alberi. Ne troviamo testimonianze a Pietracatella e a Montagano. Delle vicende di quest’ultimo paese ce ne parla anche Benedetto Croce, il quale dal Galanti aveva letto che un prete, don Damiano Petrone, dava per penitenza ai peccatori della sua parrocchia la piantumazione di alberi da frutto. Anni di grandi investimenti in attività produttive, caratterizzati anche da investimenti stranieri nel Sud Italia. 
A Jelsi alla fine dell’Ottocento erano all’opera “trappeti a sangue”, cioè azionati da animali, attivi ancora nel ‘900. Nei primi anni Cinquanta si ricorda che ne erano attivi ancora tre, uno situato a Via Roma, della famiglia Santella “Acciottë”, e due in via Costarella, uno della famiglia Maiorano “Marangulë” e l’altro della famiglia Santella “Don Limonë”, sostituiti poco dopo con uno elettrico. Nel 1953 il D'Amico in "Jelsi e il suo territorio" parla della presenza di " ... quattro frantoi per olive, di cui uno importante con superpressa e separatore [con] movimento elettrico."
Il cambiamento proposto dal Grimaldi è riassunto nelle poche righe che troviamo nella Introduzione al suo Dizionario (1777). Ci dice come al suo tempo le buone pratiche del passato si erano imbastardite, cosa dovuta anche da una olivicoltura trascurata nel tempo da vicende politiche. Si racconta della perdita 
“…delle regole usate con tanta esattezza antiche nell’agricoltura degli antichi. Quindi avvenne, che siccome prima l’olio del nostro regno era il più squisito, ed eccellente sopra di ogni altro, per le cattive pratiche fra di noi usate, divenne il meno stimabile fra tutti gli olii, che si producono nell’Italia, ed infinitamente inferiore all’olio de’ Provenzali; e ciò non pertanto il clima è l’istesso, e gli alberi sono della medesima specie, se non che le pratiche della buona cultura, e la maniera di ricavar l’olio sono assolutamente diverse (…) L’esempio dei Provenzali svegliò il desiderio agl’Italiani di migliorare i loro olii…”
Parla di tecniche genovesi mutuate dalla Provenza e trapiantate in Calabria, dove si trovavano i terreni di famiglia. Parla di propagazione fatta in semenzaio, di potatura bassa e di sesto d’impianto. Una rivoluzione culturale che coinvolgerà tutto il Meridione. Pertanto, è facile pensare perché ancora oggi esiste una varietà originaria della Daunia (Torremaggiore) dal nome “Peranzana", come è facile intuire il perché si trovi a Jelsi una varietà, diversa dalla pugliese, che richiama lo stesso la Provenza, la “Prëvënzanë”, registrata dall’ARSIAM col nome di Sperone di gallo. 
A proposito, tra le altre varietà tradizionali locali ricordiamo la “Scarciësacchë” o “Prëmutichë”, che matura prima, piena di pruina, utilizzata anche a mensa conciata con sale e spezie, la “Vëllanèllë prëmutichë “e la “tärdivë", l’ “Ulëvónë”, la “Rësciòlë”, la “Ulëvèllë” e la “Ulivë tónnë”. 
Premesso che in molti paesi del Molise, soprattutto della ex Capitanata ma anche in altri comuni del vecchio Contado di Molise, l’albero di olivo giovane è chiamato “prënzónë”, ci siamo chiesti  perché solo a Jelsi per indicare un olivo giovane si usi il diminutivo “pranzuncéglië”, con il suffisso diminutivo “-églië”, l’albero adulto “prënzónë” e la cultivar tipica locale “Prëvënzanë”? Pensiamo che la risposta stia, dopo lo sfregio perpetrato attraverso il taglio da Cesare Riccardo, in un’azione diffusa di reimpianto di olivi alla fine del ‘700 e nell’800 in cui le tecniche e la cultivar più resistente al nostro clima, la “Prëvënzanë”, furono le protagoniste di questa nuova azione agronomica. 
La radice dei nomi sopra riportati, come pure le vicende che ruotano attorno all’olivicoltura meridionale ci danno un chiaro riferimento linguistico e ci portano direttamente alla regione a sud della Francia, la Provenza. Quindi l’olivicoltura locale che si è diffusa sul nostro territorio è stata influenzata dalle tecniche di molitura e agronomiche in auge tipiche della regione francese, grazie alla importante opera di divulgazione della nascente borghesia meridionale. Si può far riferimento sia alla propagazione delle nuove piante e alla potatura che il nuovo uso di fine settecento voleva, non alta come quella di gran parte della Calabria o del Salento ma bassa aperta come quella dei Provenzali, sia alla molitura con “trappeti” moderni. 
Quindi la “Prëvënzanë”, chiamata così a Jelsi e in pochi altri paesi vicini, che in buona parte dell’areale del Tappino e del Fortore è conosciuta con altri nomi: "Astróne", "Spróne", "Zampa di gallo", "Oliva torta o tortarella”, “Ulëvóne”, porta un nome legato non tanto ad una varietà, forse importata o forse autoctona del luogo, ma ad un momento e ad un metodo di lavorazione della pianta e ad un periodo storico di reimpianto. Negli uliveti di quest’areale, gli “argentei uliveti del Fortore”, protagonisti dei racconti di Berengario Amorosa, questa cultivar la fa da padrona. La sua presenza si fa sentire soprattutto nelle rese, 22/24 %, e nei suoi sentori, che variano dalla foglia di pomodoro al pomodoro maturo, con uno sfondo di erbaceo (tarassaco, che localmente si chiama “rugnë”, cicoria e altre erbe spontanee). È una buona oliva anche sulla mensa e ricordiamo che le massaie “la curavano [conciavano] nella cenere”, eliminavano così l’amaro per poi consumarla soprattutto in occasione della festa per l’uccisione del maiale. È un prodotto alimentare che è ancora poco conosciuto e in questi anni sempre più ha avuto un miglioramento qualitativo nella produzione dell’olio, grazie ad un’attenta rivalutazione degli operatori locali e regionali. Certamente, essendo il territorio di Jelsi non esteso e avendo da sempre puntato sulla produzione di grano, la quantità di olio prodotto è sufficiente a soddisfare le esigenze di un numero di consumatori non troppo vasto. Pertanto un ulteriore incremento produttivo può avvenire solo attraverso la realizzazione di nuovi e innovativi impianti di uliveti con un’attenzione maggiore alla produzione in tutto l’areale del Fortore. Attualmente per la molitura già sono presenti alcuni trappeti a ciclo continuo e questo fa ben sperare nel miglioramento della qualità dell’olio. 
La varietà Sperone di gallo, che può rappresentare un prodotto che identifica un territorio, e sappiamo quanto oggi l’identità di un prodotto sia importante per un’economia dove la omogeneizzazione e la massificazione globale risulta deleteria per le piccole realtà, è ben presente a Riccia, Tufara, Pietracatella, Campodipietra, Gambatesa, Gildone, Macchia Valfortore, Mirabello, Monacilioni, Toro, San Giovanni in Galdo e Sant'Elia a Pianisi, ma anche a Baranello, Busso, Oratino e San Giuliano del Sannio. In questi luoghi sembra aver trovato la sua terra di elezione, accumulando ottimi sentori, dati dall’altitudine e dalle ripetute escursioni termiche, ed esprimendo delle ottime reazioni al freddo, diversamente dalle località di pianura più miti, dove i risultati colturali e organolettici non sono soddisfacenti e la pianta soffre l’attacco della mosca. Le sue caratteristiche, lo ripetiamo, sono che oltre ad avere un’elevata resistenza al freddo e agli stress idrici, dando i massimi risultati attorno ai 600-700 metri di altitudine, sviluppa una chioma dal portamento espanso di notevoli dimensioni che richiedono una potatura accurata fatta da persone esperte che ne conoscono a fondo la fisiologia. Particolare è la drupa, che si distingue nel panorama varietale italiano per la sua forma lunga, liscia e curvata da un lato, a forma di testicolo. 
Da un punto di vista morfologico questa cultivar assomiglia a “L’uliva mezzaluna bislunga, aguzza, falcata o Uliva Cornolara o Corniola” del Salento, “dalli Latini indubitamente detta Radius", del Presta (1794). Il quale racconta che a Venafro era bislunga ma non aguzza, ed era di due tipi, la grande e la piccola, che si chiamava Circilluta. Assomiglia anche alla Luquese della Linguadoca, alla Kalamata della Grecia e alla Nerba siciliana con la quale ha in comune anche un distinto sentore di pomodoro maturo. È chiamata Sperone di gallo perché a maturazione avanzata raggrinzisce, prendendo la forma dello sperone del gallo. 
Non sappiamo il grado di parentela con le cultivar dei territori vicini al Molise, la Ravece dell’Irpinia e l’Ortice del Beneventano, alle quali assomiglia sia nella morfologia sia in gran parte nei sentori. Sappiamo per certo che le due varietà campane sono pressoché similari e l’esame del DNA ne ha dato conferma. Siamo nell’attesa delle analisi genetiche della Sperone di gallo, ma intanto possiamo dire che nella forma questa ne può essere un biotipo, forse non è un caso la contiguità dei territori. Se tutto verrà confermato e se le analisi linguistiche delle parole latine “radium" o “radiulus” ci portano alla radice della parola “ravece”, e la parola “orchis” all’ “ortice”, sfatando tante credenze, molto probabilmente ci troviamo di fronte ad una cultivar del mondo classico greco-romano che, grazie anche alle innovazioni e ai metodi di coltivazione provenzali, si è saputa conservare e che con i suoi profumi e il suo sapore ha preservato tutta la bontà della storia delle terre del Sannio. 






domenica 13 agosto 2017

Testo teatrale per il Carnevale di Quaresima a Jelsi (Campobasso)


Testo che prende spunto dalla tradizionale festa Si Sega la Vecchia che si svolgeva in famiglia nella II domenica di Quaresima a Jelsi in Provincia di CampobassoIl testo è stato rappresentato in piazza per la prima volta nella II domenica di Quaresima dell'anno 2001.



SI SEGA LA VECCHIA
- I NOMI E I FATTI DI QUESO TESTO SONO PURAMENTE CASUALI E NON INTENZIONALMENTE MALEVOLI -

La Vecchia gira per le vie del paese continuando a dispensare dolcezze e beveraggi che inebriano i presenti, rapiti dalla sua presenza.
Pulcinella accompagna il carro, coinvolgendo i presenti a fare sostanziose bevute di vino.
In piazza, nel bel mezzo della festa, prima un pianto, poi un urlo.


Pubblico di donne
  • (A) Eccidétele… denunciatela!… denunciatela!… šta dènne éncóre sgàndele…
  • (C) La Quaresima è entrata da più di una settimana. Chiamate i carabinieri. 
  • (B) Fermàtele!… éccedétele!… spetecciatele!… aiutateme!.. aiutateme!…
  • (C) Fermate quella ladra indemoniata!.. quella ci fa diventare pazzi, quella ci porta via tutto!
  • (B) I carbenére,… 'a guardie!… do' štane!… chiamate 'a forze pubbliche!… chiamate 'u sineche!.. 
Continuano le urla; suono di sirena; colpo di petardo e fumogeni. Arrivano i carabinieri a cavallo che accompagnano il Pubblico ministero.

Pubblico ministero (sale su di un palco: segue un momento di silenzio)
  • Visto la continua e violenta protesta. Vista la denuncia della signora Pasqualina Amodio, coniugata con Giovanni Sarmento, ai danni della Vecchia. Considerati i comportamenti di questa, ambigui e poco edificanti. Considerati i danni arrecati ad alcune donne, i cui rispettivi mariti sono diventati vittime di locali ambigui gestiti dalla stessa Vecchia. Mariti, che hanno ricevuto danni irreversibili alla psiche e alle tasche, perdendo il controllo sui loro portafogli. Si fermi a tutti i costi la Vecchia, in modo che non siano inquinate le prove. E si giudichi per direttissima l'accusata…
Maresciallo!…
Maresciallo dei carabinieri
  • Ai vostri comandi signore,… i nostri destrieri sono pronti…
Pubblico ministero
  • A lei l'onore di portarci la sciagurata donnina, il futuro di questo paese è un po' anche nelle sue mani.
(legge il mandato d'arresto) 
Dato che l'imputata ha attratto verso di sé, tramite strani sotterfugi psicologici, e le lusinghe del piacere e l'arte della seduzione esercitata dalle sue donne, l'intera parte maschile della cittadinanza jelsese, mettendo a rischio riproduttivo questa zona del Molise. 
Questo tribunale formula, nei confronti della Vecchia decrepita, l'accusa di circonvenzione d'incapace, e ripeto circonvenzione.
Le consegno il mandato d'arresto con la firma del GIP.
Prego maresciallo e faccia presto!...
Maresciallo dei carabinieri
  • Ai suoi ordini signore…
I carabinieri a cavallo attraversano la folla per andare alla ricerca della Vecchia. 
Sentono voci tra il pubblico, così tergiversano.

Un gruppetto di uomini
  • (A) 'A vècchie ci vo' bène,… 'n à éccise mai é nesciune. 
  • (B) È una congiura!..
  • (A) No!.. No!… Me che iè 'ssa circoncisione… quésse iè 'na menòvre de chisse quatte puletecante.
  • (C) 'N iè juste quésse êccuse,..
  • (A) Ie 'a Vècchie 'a chenósce bóne,… che colpe tène se ze 'a fae c' tutte quante.
  • (C) Pe quešte zòne, iésse ce à purtate 'o calle africane; ce à purtate 'a rascie d'u Brésile; ce à purtate l'arie frésche d'a Rumenìe e d'i pèise de do' scióscie 'a vòrie.
Pubblico di donne
  • (A) Che ve pòzzene éccite,.. 'n ve ebbašte l'acche d'a case voštre,.. 'n ve ebbašte 'a lampe d'a ciummenère, né quélle d'o reštuccere… ve puzze tòrce 'u male,..
  • (B) Décche iàme chedènne sempre ièreve vérde…
  • (C) Siete insaziabili… La Vecchia sta traviando non solo in nostri mariti, ma anche i nostri figli…
  • (A) Me 'n iè sempre ebrile e 'n iè sempre maje…
Un gruppetto di uomini
  • (A) Me che iate chedènne. 
  • (B) Me iateve a remétte. 'A vecchie è robbe noštre, e povere é chi 'a tòcche.
Tirano fuori due cartelli dove c'è scritto, W LA VECCHIA - ÓSSE VÉCCHIE ÉNGRASSE 'A MENEŠTRE.
Pubblico di donne
  • (A) Scriènzête… sènze facce e sènze rescióre… 
  • (B) 'O meglière voštre 'n so' bòne…
  • (D) Sciagurate, 'n vedéte 'o male che quélle purcèlle fae a' figlie nóštre.
  • (A) Puzze murìe 'a Vècchie, reménnatele de quište paiése. 
  • (B) Chiamate 'u sineche, chiemate pure 'a guardie…
  • (C) Ci appelliamo alla legge Merlettini... 
  • (A) Chiudéte 'llu burdèlle sótte 'u spórte, Carnevale iè fenute…
  • (D) Cumme iè sciute 'a vacche pazze, décche fecéme scie pure 'a scrófe pazze…
Pubblico ministero (al maresciallo)
  • Maresciallo faccia in fretta, in fretta e le saremo grati: qui urge un processo, il pubblico è in subbuglio.

Il maresciallo parte definitivamente con un gruppo di carabinieri a cavallo alla ricerca della Vecchia imputata. 
Ancora confusione. Voci che chiedono l'intervento del sindaco. 

Voci
  • Vogliamo il sindaco, sin - da - co… sin - da - co… sin - da - co…

Il sindaco si affaccia dal balcone del Municipio.

Il sindaco 
  • Ringrazio tutti voi per la fiducia accordata anche in questa occasione, ma prendo atto che la situazione venutasi a creare è alquanto torbida. In queste occasioni come cittadini civili non possiamo che non affidarci pienamente alla giustizia dei tribunali. Allora sia fatta richiesta per la nomina di un giudice dalla corte suprema, affinché giudichi questo caso estremo di Jelsi. Noi come comunità siamo per la par condicio, e non vogliamo che le scelte siano condizionate da interessi di colore e di parte, come succede spesso nei tribunali regionali di mezzo mondo. Come responsabile dell'ordine pubblico, ma soprattutto come cittadino di questa comunità, nell'attesa dell'arresto della sventurata, lasciatemi interpretare i desideri di quelli che ancora hanno voglia di darsi al pazzo divertimento. Cari cittadini, amici e conoscenti, in via straordinaria siano prolungati i festeggiamenti di piazza, affinché ancora tutti possano gioire, anche quelli che pensano di ricevere un torto da ciò che sta per accadere e che danno piena ragione alla signora appena incriminata. A questi soprattutto mi rivolgo con animo sereno, rassicurandoli per il futuro: giustizia sarà fatta. La legge, come recitano i tribunali, è uguale per tutti. Quindi godetevi ancora questa coda straordinaria di Carnevale. Buon divertimento!…
  
(cambiamenti nel testo rappresentato nel 2002):
IL SINDACO:
Buona sera,.. buona sera. Ringrazio tutti voi qui presenti questa sera per la fiducia accordata anche per questa occasione, ma prendo atto che la situazione venutasi a creare non è di facile soluzione, diciamo che è alquanto torbida e solo un atto assennato può fornirci una soluzione adeguata. In questi casi non ci sono né discorsi istituzionali né discorsi politici che tengano, con estrema franchezza concittadini siamo in piena crisi sociale. 
Come un cavallo di Troia, una parte femminile, giovane e di estrema bellezza, elegante e suadente, si è presentata in paese, poi…  orrore!.., questa si è tramutata in una Vecchia decrepita, in uno spettro malefico che ha cercato e sta cercando tuttora di acquisire i nostri corpi e invadere le nostre menti. L’imbarazzo di tutti noi, immagino, sta nel fatto che fino a qualche giorno fa l’intera comunità ha convissuto con la donna che stasera ho sentito accusare. Oggi, essa è il mostro uscito allo scoperto che vuole conquistare un ruolo di prim’ordine nella nostra quotidianità. Oggi, e solo oggi lo vediamo con i suoi veri panni, lo vediamo scorazzare per le strade, entra nei bar, è entrato nelle nostre case promettendo amicizia e amore, fa promesse di ogni genere, anche di posti di lavoro. Io dico, guardatelo bene questo mostro, è seguito da un’ accozzaglia di diseredati, di personaggi inetti e inconcludenti, in grado, non dico di vivere, ma di apparire solo per intascare il rame per gl’inferi, pochi centesimi estorti alle nostre non troppo ricche tasche per coltivare la propria avarizia e dissolutezza.  
Parlando di rame, ahimè, come diceva una saggia vecchia di Jelsi, “occhie spanne spanne, so’ chellare che ‘n ze recagnene”, possiamo parafrasare: guarda bene prima di acquistare il rame per la vita, perché questo rame non si può cambiare, cioè guardiamo bene prima di accettare tra noi questa Vecchia, perché scegliere di averla in casa, significa minare le basi dei sani principi di convivenza civile della comunità. 
Oggi ci svegliamo pieni di orrore ed è vero, ma siamo ancora in tempo, possiamo ripulire il nostro comune, niente è ancora perduto. 
Noi, come inermi paesani facenti parte della regione Molise, contro questi mali possiamo intraprendere un’unica sola strada, oltre l’imprecazione di una giustizia divina. Questa strada è rappresentata dalla forza della giustizia dell’uomo, quella indipendente e autonoma che una civiltà, con la sua cultura, sa esprimere. In questa occasione come cittadini civili non possiamo che non affidarci pienamente alla giustizia dei tribunali. Perciò sia fatta richiesta per la nomina di un giudice dalla Corte suprema dello Stato Italiano, affinché giudichi questo caso estremo di Jelsi. 
Noi come comunità siamo per la par condicio, e non vogliamo che le scelte siano condizionate da interessi di colore o di parte, come spesso succede nelle aule dei tribunali amministrativi regionali di mezzo mondo.
Come responsabile dell'ordine pubblico, ma soprattutto come cittadino di questa comunità, nell'attesa dell'arresto della sventurata, lasciatemi interpretare i desideri di quelli che hanno smascherato questa vecchia balorda, mostro pieno di bramosia di potere, pericoloso essere stroncatore di un vivere organico volto ad una sana riproduzione. 
Cittadini, amici e conoscenti, in via straordinaria siano prolungati i festeggiamenti di piazza. Si festeggi,.. si festeggi affinché si proceda alla purificazione dell’insania,.. affinché ancora tutti possano gioire. 
Gioiscano anche quelli che pensano di ricevere un torto da ciò che sta per accadere e che danno piena ragione alla signora appena incriminata, perché anch’essi guadagneranno sana esistenza da tutto ciò. Soprattutto a questi mi rivolgo con animo sereno, rassicurandoli per il futuro: giustizia sarà fatta. “LA LEGGE”, come recitano i tribunali, “È UGUALE PER TUTTI”.
Quindi, concittadini, godetevi ancora, anche per il 2002, questa “coda” straordinaria di Carnevale.  Buon divertimento!…
  
  

·         CONTINUANO I FESTEGGIAMENTI - 



Una voce tra il pubblico
  • La Vecchia è stata arrestata!…
Un'altra voce
  • È fenute Carnevale!…

Un'altra ancora
  • E ve 'o credèvate… 'A pórtene i carebenére, 'a ténene éttêccàte c'a zóche…
In tribunale.
Giudice (entra con un bavaglio al collo e un grosso cucchiaio in una mano e nell'altra un libro, mentre il cancelliere gli serve un bel piatto con il brodo. Egli colpisce con un martello la sua cattedra o suona un campanello. Poi si sente il risucchio del brodo che sta bevendo)
  • Mentre aspettiamo, date le misere condizioni della parte in causa, sia nominato urgentemente un avvocato d'ufficio o se c'è un avvocato tra il pubblico, si faccia avanti (risucchio).
L'avvocato della Vecchia
  • Con grande piacere che prendo sulle mie spalle le sventure della signora che è in arrivo. Il nostro lavoro è quello di difendere le vittime indifese contro i soprusi dell'uomo, in modo che trionfi la ragione sugli istinti bestiali, e che l'imputato abbia una condanna giusta. Spesso si spargono voci, in cui noi avvocati veniamo accusati di far figliare le cause, ma sono accuse sconsiderate fuori di ogni logica razionale… Io non…
Giudice (suonando un campanello o un martello)
  • Avvocato lasciamo perdere i parti e metta la toga, perché, non so che cosa succede al tribunale di Campobasso e se in esso vi sia una corsia di maternità e nemmeno ho intenzione indagare l'ambiente in cui lei attinge alcuni vocaboli. In questo paese, per quanto ne so, di nascite ce ne sono poche, e poi tenga presente avvocato che questo è un processo per direttissima, quindi lasciamo perdere le figliate, e cominciamo ad elencare i fatti… (morde un pezzo di carne) avvocà i fatti!...
Pubblico ministero
  • I fatti signor giudice ci sono, e tra questi: la bella signora,.. oltre a praticare l'usura (le dai un dito e poi si prende tutta la persona), oltre a praticare lo sfruttamento di minori, il finanziamento illecito di alcuni politici, lo spaccio di sostanze eccitanti, ci sono anche quelli che si riferiscono ad atti osceni in luogo pubblico della donna da noi accusata e infine, in combutta con la Wanna della televisione (aggiunta al testo 2002), circonviene le nuove generazioni portandole ad uno stato di sottomissione pietoso. Caro giudice, questa si è contornata di un codazzo di persone che trovandosi in uno stato di sottomissione suprema, come dicevo prima, viene dalla stessa manovrato a suo piacimento. Caro signor giudice, la Vecchia in questione è un cattivo esempio di civiltà. Deve sapere che la sua condotta sta mettendo in ginocchio un'intera economia, e le donne qui presenti ne sono testimoni... 
L'avvocato della Vecchia
  • Giudice non è possibile, è fuori da ogni regola dell'accusa parlare di reati e non presentare in aula i corpi del reato. Questo rischia di non essere un tribunale civile, ma un tribunale dell'inquisizione. Qui si vuole fare la caccia alle streghe. Qui si vuole trovare un capro espiatorio a tutti i costi. Caro pubblico ministero devo dirle con estrema franchezza che lei potrebbe vivere tranquillamente nell'epoca in cui le donne venivano bruciate vive. Stasera ci troviamo nel 2001 (2002), per la precisione 11(24 febbraio 2002) marzo del 2001, la sua macchina del tempo ha forse sbagliato data…
Pubblico ministero
- Giudice, obiezione!… obiezione!… qui si offende la mia professionalità.

Giudice (risucchio)
  • Obiezione accolta… Avvocato riportiamo la discussione in un ambito linguistico più appropriato ad un luogo austero come quest'aula di tribunale. Prego torni al processo. 
L'avvocato della Vecchia
  • Bene giudice…il pro/cesso
Giudice ( risucchio)
  • Avvocato non pro/cesso, la dizione è processsso…
L'avvocato della Vecchia
  • Le mie scuse giudice: pro/cesso, (si corregge) processo. Giudice, spesso ci dicono di avere una malattia cronica sulle s/palle… 
Giudice 
  • Sulle spalle, sulle spalle.
L'avvocato della Vecchia
  • Sì sulle s/palle, perché come ho detto, s/palle, giudice, s/palle. La malattia è che non sappiamo chiudere subito le cause, cioè le porte, ma non è vero tutto dipende dal clima, se fa freddo o caldo, oppure dalla fame che si ha… (guarda il piatto del giudice) e spesso non è poca. Comunque signor giudice, io ripeto, e lo ripeto con forza, finora di fatti concreti non ne ho visti. E senza i fatti questo tribunale non può e m e t t e r e sentenze.
Giudice (prova a vomitare)
  • Emettere, forse voleva dire rimettere. La parola giusta casomai è rimettere, rimettere!.. no!.. no!… (prova a vomitare, ma poi fa un rutto e si risistema). Cancelliere mi porti un altro pollo… Cancelliere (lo chiama a voce alta).
Il cancelliere si affaccia tra le quinte e poco dopo torna dal giudice, gli porta un altro pollo e gli parla in un orecchio.

Giudice 
  • Sono stato appena informato che l'accusata è appena arrivata al nostro tribunale, sia fatta accomodare, accompagnata dalla forza pubblica. Cancelliere è pronto (consenso del cancelliere con un breve cenno della testa e con gli occhiali). L'accusa interroghi l'imputata (si mette da parte e comincia a dormire).
Pubblico ministero
  • Benvenuta signora, vedo che s'è conciata proprio bene. Ha assunto un aspetto veramente interessante, direi carnevalesco… Ho l'impressione che lei pensa già al solito rinvio… e penso che si sia preparata già per la solita pagliacciata,… ma questa volta ci troviamo nella seconda domenica di Quaresima. Forse lei non l'ha ancora capito: non ci sono rinvii... 
L'avvocato della Vecchia
  • Obiezione… obiezione: l'accusa non può, attraverso l'arma dell'ironia, del sarcasmo e della violenza verbale, fare considerazioni di carattere personale che esulano da quelli che sono i criteri della conduzione di un interrogatorio.
Giudice (svegliandosi)
  • Obiezione accolta. L'accusa si limiti ad avere un comportamento legittimo.


Pubblico ministero
  • Mi dica, allora, qual era il suo intento portando con sé quell'accozzaglia di persone per le strade del paese. Eh!.. su da brava,… signora,… cara signora abbiamo materiale in cui sono stati filmati incontri fuggevoli con politici dove lei fa fioccare buste colme di mazzette… ci hanno riferito di incontri particolari al lume delle nuove lampade del centro storico, ci racconti qual è il fine di questi vari incontri, diremo speciali,… Su parli, non abbia timori,… lei lo sa, il signor giudice è pronto ad ascoltarla… riferisca sulla confusione dell'altra sera sotto lo sporto e ci dica anche come fa ad accalappiare l'interesse di quella massa di persone, ci dica la verità... avanti parli…

Il giudice cade di nuovo in un sonno profondo.
Avvocato della Vecchia
  • Giudice,… giudice… obiezione, obiezione… l'accusa non è pertinente. Cerca di strappare con violenza verbale risposte alla mia cliente. Sembra un dentista alle prime armi alle prese con un dente di maiale. Il pubblico ministero, trovandosi in difficoltà, cerca di avere quello che non è riuscito mai a dimostrare finora con i fatti. Signor giudice, qui si vuole giudicare un'innocente. Si vuol far passare per reato, qualcosa che tutti fanno e che non sono in grado di dire chiaramente che fanno. Da quello che ho capito, il male della mia difesa è dire a tutti chiaramente che lo fa e di dire anche come lo fa. E ne sono sicuro, qualcuno che oggi sta alzando il dito accusandola, in passato si è anche divertito a vedere quello che lei ha fatto.                                                      Giudice, oggi nel terzo millennio tutto ciò non è accettabile. Queste sono accuse infondate che neanche cinquanta anni fa ci saremmo azzardati di fare.
Poi giudice, mancano i fatti,… i fatti,… i fatti e le testimonianze affidabili…
Pubblico ministero
  • Caro avvocato aspetti e vedrà. Venga portato in aula Domenico.
Cancelliere
  • Giuri di dire la verità, tutta la verità, dica lo giuro.
Minghe
  • 'O giuro
Pubblico ministero
  • Caro Domenico Vardarelli, lei non è più giovane, e vedo che non è sposato. E questo glielo chiedo perché non è un fatto trascurabile in questo processo.
Minghe
  • È vero giudice:..
Pubblico ministero
  • No!… Domenico, il giudice è lui… ma torniamo a noi. È vero che lei abita nei pressi dello sporto?
Minghe
  • Sì, giudice…
Pubblico ministero (con un tono di voce basso e un po' stizzito)
  • No!.. il giudice è lui… Ma di' al giudice piuttosto, che cosa hai visto due martedì fa davanti alla tua casa,… di' al giudice quale cosa ignobile faceva la signora qui presente .


Avvocato della Vecchia
  • Obiezione… l'accusa tende ad influenzare il teste… obiezione…
Giudice (si sveglia di nuovo)
  • Obiezione respinta,.. venga qua…qua vicino alla Corte. Mi dica ma lei come si chiama? 
Minghe
  • Minghie, minghie mi chiame…
Giudice
  • Non ho capito,…

Minghe
  • Minghie,.. Minghe…
Avvocato della Vecchia 
  • Obiezione, non è accettabile una testimonianza in dialetto… obiezione…
Pubblico ministero (al suo testimone)
  • In italiano, in italiano…
Minghe
  • Dominghie... Dominghe…
Pubblico ministero
  • Domenico, Domenico devi dire…
Giudice 
  • Ho capito,.. Domenico si accosti,… cosa ha visto realmente.
Minghe
  • Ie signore, che 'n sònghe vište. Come sapete io 'n sono sposate, no' pécché 'n me piacene 'o fémmene: sono nu poche timede. Insomme me truvave nella case, quanne ìe voléve uscire, vade per aprire la porta e cumènze a sentire urle, prime piccole e poie sembre cchiù fòrte fine a quanne 'n ce 'a sònghe fatte cchiò. La testa mi si è messa a girare. Girave, girave e ìe pensave che stave male, ma le urle non finivene. Allóre ìe 'ntrasatte ei aperte lu pertóne. Maraviglie, me che meraviglie,.. ìe 'n credeve a quélle che vedéve. Sapevo che a Jéveze ce števene, come si dice in italiano, cavalli, ma nitrare così non li aveve mai sentite. Giudice io ei sentite, cumme si dice in italiane, nitrati, ma nitrati lunghi e alti che štave per diventare surdo.

Giudice
  • Domenico: nitriti, nitriti…
Minghe
  • Certo le urle de cavalle, signor Giudice: cose mai vište prime.
La testa z'è misse a giraie encore cchiù forte, che songhe svenute… sì, sono svenute. Ma poche doppe, quanne me songhe svegliate la signora števe encore là che nitrava con i cavalli. E urlave, urlave e mi ha fatte paure. Allore, caro signor giudice, mi è venuto un altro giramento di testa, ma questa volte songhe reagite. Mi sone buttate pure ie nella mischie e ho cercate di difendermi da quei mostri dandole de sanda ragione. Vi devo dire che non saccio quante mi sono difese, fatto è che la mattine appresso mi sono svegliate con la testa tutte confuse e queste tra le mane, giudice (alza in alto una lunga salsiccia),… Ma vi sembra possibile giudice (ripete continuamente questa frase. Il pubblico ministero gli dà una pacca sulla spalla. Intanto il giudice scrive e picchia col martello su banco o fa sentire uno scampanellio)

Vocio del pubblico.

Giudice
  • Allora,.. Sentita la requisitoria del Pubblico Ministero qui presente. Sentita l'attenta testimonianza del Domenico Vardarelli, che ha visto l'imputata in luogo pubblico trasformarsi in animale mostruoso, testimonianza che va ad aggiungersi a quelle già raccolte e vagliate da questo tribunale. Constatato che la Vecchia ha turbato la quiete notturna dei cittadini e dello stesso Vardarelli, inducendolo ad una lotta sfrenata dalla quale ne è uscito come uno straccio umano, facendolo piombare in uno stato confusionale. Trovato uno dei tanti oggetti del reato. Valutato che oltre al reato di circonvenzione d'incapace bisogna aggiungere quello di abuso supremo e turbamento della quiete dell'intera cittadinanza. La Corte qui presente, appellandosi ad una regola della notte dei tempi in uso nei tribunali del popolo, condanna in via straordinaria la Vecchia alla pubblica segatura, come da sempre è stato fatto.
Colpo di martello o scampanellio. La Vecchia tra pianti e urli viene portata sul patibolo dai carabinieri, mentre Pulcinella l'accompagna.
Questa scena scritta per la prima edizione del "Carnevale di Quaresima", marzo 2001, è di Antonio Valiante.


La Vecchia (arrivata davanti alla cassa sulla quale deve essere segata)
Io sono vecchie
ma mi sembro una giovinetta,
se mi giro intorno
e mi guardo allo specchio
mi accuso certamente
come 'na bella tra questa gente
Pulcinella ditemi allora
Se io sono vecchierelle

Pulcinella
Sì, sei vecchia,
è da molto tempo che sei nata,
però questa sera dovrai essere segata:
con una sega tagliente o un'accetta affilata.
Adesso vengono gli ammazzatori
per segarti senza dolore. 

2 Questo testo è stato tratto da una testimonianza di Giuseppe D'Amico



PADRONE - 
Segatori!!.. 
su.. fatevi avanti
il verdetto è stato dato
e questa donna ingrata 
deve essere segata


TAGLIALEGNA
Con questa accetta
Che taglia la legna
Questa donna indegna
Deve esser tagliata
(ripetere)

SEGATORI 
Se l'accetta taglia
Ci mangiamo l'aglio
Se l'accetta è fine
Ci beviamo il vino
(ripetere)
TUTTI 
Sono tre anni che andiamo girando
Senza lavor non si può mangiar
(ripetere)
Con questa sega ben affilata
Questa donna ingrata deve morire
(ripetere)
(Cambia la musica)
Chi z'o puteve crede
'Nde šta bella stanza
Quešta donna Susanne
È perze ogne crianza
(ripetere)
Sega, sega šta vecchierèlla
'Nn è remašte né òsse né pèlle.
Sega, sega šta vecchierèlla
'Nn è remašte né òsse né pèlle.

(di nuovo la musica della prima strofa)

TUTTI 
Mo ze ne vène la signòre padrone
Se pòrte l'acche quešta séghe s'ammacche
Se pòrte 'o vine quešta séghe z'affine
Mo ze ne vène la signòre padrone
Se pòrte 'o casce quešte séghe trasce
Se pòrte 'u presutte, 'sta séghe sèghe tutte
Sèga, sèga šta vecchierèlla
'Nn è remašte né òsse né pèlle
Sèga, sèga šta vecchierèlla
'Nn è remašte né òsse né pèlle

PADRONA
Oh!… lavoratori che ben lavorate
Lasciate il lavoro e venite a mangiare
Sèga, sèga šta vecchierèlla
'Nn è remašte né òsse né pèlle
Oh!... lavoratori non vi stancate
mo viene il padrone e vi viene a pagar
Sèga, sèga šta vecchierèlla
'N è remašte né òsse né pèlle

PADRONE 
Lavoratori che avete lavorato
Fatevi avanti che vi voglio pagare
TUTTI 
Negli altri paesi non ci hanno pagato
Perciò ora ci facciam 'na allegra ballata.
(Tutti ballano, nel mentre iniziano i fuochi d'artificio).