sabato 13 settembre 2025

domenica 17 dicembre 2023

Altrove





"Fatti non foste per vivere come bruti, ma per perseguire virtù e canoscenza." Quando vogliamo parlare dell'uomo, bisogna ritornare sempre ai classici, a Omero, a Dante. 
Il sommo poeta sottolinea l'idea che l'umanità è chiamata a raggiungere obiettivi più elevati come la virtù e la conoscenza, anziché vivere solo per soddisfare gli istinti animali e materiali.

A conclusione della lettura, sono tornato subito alla citazione di Kavafis che Lombardi fa all'inizio del libro e che si riferisce a Itaca, l'isola lasciata da Ulisse per i suoi viaggi, l'isola mitica che ognuno di noi lascia e alla quale si ritorna tanto saggi ed  esperti che solo allora ne possiamo apprezzare il valore.

Il lavoro di Lombardi è di uno studioso attento a cogliere i dati scientifici attraverso la storicizzazione di quelli che sono i fatti. Il suo impegno è superare la retorica della diaspora, tanto da mostrarne i segni più vividi e più drammatici attraverso la testimonianza diretta di chi maggiormente l'ha vissuta, non solo come semplice testimone ma anche come uomo che ne ha toccato i punti più critici e più alti dal punto di vista delle conoscenze e dell'esperienza nei vari ambiti della vita: da quello artistico e letterario a quello della politica e dell'economia, per toccare quello scientifico e della ricerca.

Lo fa con il metodo dell'intervista e dello storico con un'attenzione alla sociologia. Le venti conversazioni sono vere e proprie piccole autobiografie che mettono in luce l'importanza del luogo degli affetti, composto non solo di carezze e attenzioni ma anche di discorsi che disvelano la scoperta del mondo. I percorsi di vita dei protagonisti suggeriscono un "altrove", un luogo dove si affermano sia le proprie aspirazioni sia il proprio io. 

Lo spazio da cui si parte per la scoperta del mondo e dell'altrove è quel microcosmo chiamato Molise, semplice e genuino, fatto di campagna e piccole strade, luoghi minimi dell'anima, terra mitica a cui fare ritorno (Rimanelli, Monaco, Vaccaro, ...), ma anche luogo di partenza o di ritrovo che è in grado di dare quel sostrato psicologico per far crescere caratteri forti in grado di affrontare le asperità del vissuto oltre le quali si arriva a grandi traguardi nell'ambito degli studi e delle scienze (Antonelli, Persichilli, Oriundo, Iannacito, Forte, Palladino, Casilli).

Comunque in questo libro, che si innesta in quella letteratura della migrazione, Norberto Lombardi riesce, trovandosi di fronte a stili e personaggi appartenenti a periodi diversi, a dare una fluidità di contenuti in cui si disvela una traccia che porta quasi a una sublimazione di quello che è il dramma della emigrazione di ieri come di oggi. 

Ed è proprio grazie alle ultime testimonianze di due protagonisti dell' "Altrove", una l'abbiamo qui stasera con noi, Simona Palladino - docente alla Liverpool Hope University - l'altro è Antonio Casilli - professore ordinario di sociologia nella scuola di telecomunicazioni dell'Istituto Politecnico di Parigi - due scienziati molisani che conoscono molto bene la società mondiale, che riusciamo ad intendere esplicitamente uno dei tanti sentimenti che hanno segnato le vite di tutti gli "intellettuali" del libro di Lombardi, in cui spesso le parole "fuga", "ritorno" e "origine" hanno un peso enorme, una valenza psicologica di riscatto che segnano il carattere dei protagonisti stessi. 

I due professori ci lasciano capire concretamente perché si sceglie un "altrove". Palladino ci parla del senso della libertà di dire non mi sono accontentata, di dimostrare a se stessi e al mondo "posso fare di meglio", qualcosa che non ha prezzo e spesso vale la vita stessa, soprattutto se il potere ci vuole piegati al proprio edonismo.

Con una veduta sulle problematiche del Mondo, invece, da esperto di economia dei dati e da informatico, Casilli ci mette in guardia sulla retorica della diaspora rispetto alle nuove migrazioni e ai nuovi poteri che umiliano l'umanità e ci parla di quanto la nostra società globale abbia cambiato le prospettive rispetto alla dignità umana, evidenziando come nel mondo retto dalle multinazionali dell'informatica stia crescendo uno sfruttamento che fa emergere un "proletariato del digitale".

Mi chiedo, allo sfruttamento e all'umiliazione in passato si poteva rispondere con una fuga dalla propria terra per cercare un "altrove", oggi in tali situazioni come si può reagire, è possibile che l'altrove rischiamo persino di non poterlo sognare?



Jelsi, 27 luglio 2023 




Leggendo "Oltre la Via", ci immergiamo in un arco di tempo di circa un secolo in un mondo fatto di terra e di uomini che da essa traggono sostentamento, un mondo dove imperversano temporali della vita, fatto di corpi lacerati dalla fatica e dalla sofferenza. Anime affrante che sembrano rasserenarsi nel corso del tempo solo arrivando negli anni vicino a noi, quando giunge la luce del progresso, ma esse subito si velano di un'onirica inquietudine che fa prefigurare le catastrofi del mondo attuale e di un Molise in affanno.    

"Oltre la via" è un'opera che ogni molisano attempato avrebbe voluto scrivere. Chi è nato nei primi decenni del dopoguerra ci si ritrova, perché quel mondo lo ha in gran parte vissuto. 

Dall'esterno, attraverso un narratore onnisciente, l'autore riesce a dipanare una serie di fatti e azioni con una prosa attenta, direi levigata, in cui la descrizione prova a riempire tutti gli spazi della immaginazione, dando una profonda definizione agli avvenimenti e agli ambienti in cui si muovono i protagonisti. 

L'autore con la sua narrazione riesce ad entrare nel pensiero profondo dei personaggi fino a descriverne l'anima, imprescindibile dal contesto in cui sono inseriti.

Persino i luoghi, tracciati nei confini, attraverso il ricordo e l'uso del dialetto sembrano vivere di odori e sensazioni tattili che ci riportano a sentire l'affanno di vite umili, ombre della povertà, che si allungano sulla terra in un disperdersi di sensazioni drammatiche appese allo strazio della fine. (p.37) 

Il paese, i vicoli e le campagne sono segnati dall'acqua che scorre, che bagna e disseta, persino gli spasmi di un amore rubato, quello delle passate generazioni di giovani che attorno ad una fontana iniziavano le loro danze per accasarsi.

È proprio l'acqua che in un contrappunto segna la fine del racconto. Carmela, la mamma di Valentino, si mostra con i piedi immersi nell'acqua torbida, un'immagine che ci suggerisce la realtà odierna in cui è difficile guardare con trasparenza.

Come in un romanzo esotico, lontano, fatto di una solitudine confinata in ciò che rimane di una terra antica, Cornacchione narra la saga di una famiglia. In questo modo Limosano, Santo Stefano e Campobasso rimangono topos del ricordo. Tutto si dipana in una serie di riferimenti storici tra il fascismo e gli inizi del secondo millennio, dalla radio a valvole e l'emigrazione alle Cantine aperte di Limosano. Un percorso dove i coniugi Armando e Carmela e il figlio Valentino vivono assieme a fratelli, nipoti, parenti e vicini, vicende che rappresentano uno spaccato molisano. Tutti figli di una Terra che si mostra in difficoltà, un luogo che accoglie ma non risolve. Dove resta completamente assente un ceto che dirige, che spesso si trasferisce nelle città più grandi, un ceto fatto di possidenti, meglio proprietari, che persino negli anni vicino a noi rifiuta ogni segno di rinnovamento culturale, tanto che la sola vista dell'immagine di un rivoluzionario come Ché Guevara dipinta su un muro può creare inquietudine e rifiuto.

La fabula scorre nella descrizione di un Mondo devastato nell'anima. Le difficoltà vengono affogate nell'alcool. 

Il Molise è una terra martoriata nelle vicende umane su cui incombe una drammatica esistenza. In cui ci si sente sempre lontani dal clamore dei grandi accadimenti della storia, dove ancora oggi dietro le pieghe della presunta innovazione, Carmela, donna tanto amata dall' ultimo figlio Valentino, avuto a tarda età, appare piangendo lacrime di dolore. Un dolore atavico che ritroviamo nelle immagini di "Alba e non alba" di Luigi Di Jacovo o nella rassegnazione dei "cafoni" di Silone, come pure in quello urlato da Immacolata per la morte di  Luca Marano nelle "Terre del Sacramento" di Jovine. Un dolore che in Giovannino Cornacchione si dissolve e si acquieta nella poesia, flusso ancestrale che tacitamente gli parla dal passato e che cancella ogni residuo di certezza. 

Osservando le occorrenze, oltre alle parole fatica, terra, amore, morte, vecchio, freddo e lacrime, la parola acqua assieme a vita ricorrono con più frequenza. Esse si compenetrano in essenza cristallina in cui si discioglie la bellezza.

"Armando tornò senza preavviso. Scese da un autobus sgangherato nella piazza desolata del paese, un pomeriggio di luglio, mentre pioveva a dirotto e in giro non c'erano neanche i cani. Scese lentamente, tirandosi dietro. un vecchio zaino militare e, senza curarsi della pioggia, si incamminò con passo insicuro e stanco verso la scalinata ripida che conduceva nel borgo antico. L'acqua scendeva ovunque rumorosa, tiepida, creando torbidi rigagnoli che, zigzagando tra gli usci, sparivano pigramente tra le nebbie basse della valle, formando cascatelle schiumose e pozzanghere dentro le quali si fermava a sguazzare con gli scarponi bucati avuti in dotazione dall'esercito anni addietro. Avanzava a passo lento, annaspando, ma era proprio quella pioggia a dargli vigore. Sentiva le gocce scorrergli lungo la schiena e pensava che negli ultimi anni, da quando era partito, tanta bellezza non gli era mai capitata, l'aveva completamente dimenticata." 

Spesso l'acqua assieme al freddo e al gelo mordono così forte le vite che finanche la morte deve fermarsi. Bisogna aspettare cinque giorni prima di seppellire Nicolino 

"... tutti si strinsero intorno in un abbraccio solidale e disperato. In quella casa era sceso un freddo glaciale, peggiore della tormenta. E non ci sarebbe più stato fuoco capace di intiepidire quelle vecchie mura. Il gelo era palpabile, si poteva sfiorare con le mani, si sentiva in ogni sguardo, in ogni respiro, dentro quei gemiti stanchi rivolti  all'angelo gelo ibernato ...". (pp.43, 64, 66,145,195). 

Un freddo dove l'unica fiammella a sopravvivere sono la generosità e il valore etico di un mondo non fatto di vinti, né di maschere affidate all'ironia della esistenza, ma da semplici sventurati abbandonati a un destino che ha il sapore della fame e della terra, l'unica dea che dà scampo e porta alla sopravvivenza minima e alla gioia di esistere. Quella gioia che in inverno deve fare i conti con la legna, limitata della catasta, che deve bastare fino alla fine della stagione fredda. Una gioia che si ravviva al calore dei primi soli di primavera, allorquando si è sicuri di averla scampata.

Il racconto diventa così un ricordo primordiale in cui la ragione ha la meglio sull'istinto delle persone, i cui drammi germinano nella terra, quella che si attacca al corpo, alle scarpe e ai vestiti, e che nei temporali irruenti intorbida le acque dei fiumi, la stessa dalla quale germogliano querce che, nonostante siano spinte dal vento impetuoso, resistono al tempo.

lunedì 1 agosto 2022


Un momento della presentazione del libro
Jelsi - 31 luglio 2022


COME UNA PICCOLA NUVOLA

(Cikala Mahpiya)

di Pierluigi GIORGIO

Ed. Ephemeria, 2021


Sarà una piccola nuvola, è una piccola nuvola che il cielo ospita d’estate, è Piccola nuvola il nome indiano dell’autore di cui parliamo. 

Cikala Mahpiya, chiamano gli Indiani d'America Pierluigi Giorgio.

Una piccola nuvola che racchiude in questo libro un sé, che è il vissuto di una vita. Un percorso di crescita interiore che prova a mettere ordine all’accadere quotidiano. 

Sospinto ad entrare nella visione del mondo degli Indiani d’America, condividendone le loro visioni e la loro filosofia, l’autore non abbandona il suo lettore ma lo prende per mano e lo guida continuamente a vedere e a sentire ciò che i suoi sensi percepiscono. Tutto inizia dalle difficoltà nel comprendere la società di oggi, dove le apparenze e le maschere, come quelle pirandelliane, segnano la crisi dell’uomo. Non a caso la crisi del protagonista nasce mentre interpreta l’Enrico IV del premio Nobel siciliano.

Enrico IV è vittima non solo della follia ma dell'impossibilità di stare in sintonia con una realtà che non gli si confà, essendo ormai stritolato dal ruolo che gli è stato dato. 

Enrico IV di Pirandello è, quindi, metafora dell'uomo moderno con tutte le sue problematiche. 

Sebbene pazzo, lo si connota come personaggio positivo, distruttore di verità fittizie ma, al contempo, è anche sinonimo di repressione volontaria, di volontario senso della rinuncia.

È un po’ quello che succede al pittore Mouline a cavallo dell’Ottocento, che si isola dal mondo che sempre più viene pervaso dal mercato e dall’industria. È quello che succede al protagonista attore, che rompe l’incantesimo di una vita di successo, sempre uguale, ripetitiva, fatta di maschere che sempre più  perdono la loro forza. 

Unica soluzione: rifugiarsi in Molise. Terra d’origine dalla quale in gioventù se ne era allontanato, ma che poi ritrova  riconoscendone la grande forza che lo rigenera e lo spinge a maturare una nuova consapevolezza: tutta la Terra è il nostro mondo, e di essa va cantato ogni essere che ci riporta a quegli equilibri rappresentati dai valori vissuti e praticati che ritroviamo nei personaggi, che mostrano l’essenziale, rappresentato da il bene e il vero. 

Così Saint Exupery ne Il Piccolo Principe: “Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

In quest’opera si canta il Molise. Un’Arcadia riconquistata grazie al sacrificio che parte dall’arte teatrale, che diventa arte universale vissuta attraverso gli occhi e i pastelli di un uomo, l’artista Charles Mouline, che ha saputo abbandonare il successo dominato dal mercato per abbracciare il gesto artistico assoluto, compiuto attraverso la rappresentazione della luce. La stessa che il nostro autore sembra trovare nella ritualità della “Sun Dance”, la danza del sole degli Indiani d’America.

L’esperienza tra gli indiani infonde nell’autore una riconquista di un mondo spontaneo che fa ben capire come l’uomo si sia allontanato dalla natura. 

La “crisi” viene così raccontata attraverso tre storie parallele, che hanno il sapore dell’intreccio che a momenti si fa “giallo”. Dalla osservazione, dagli occhi sgranati dei personaggi, aperti in modo eccessivo, sembra che l’autore voglia far passare l'impossibilità di comunicare tra gli uomini. 

L'espressione  “… guardandomi negli occhi, proprio dentro gli occhi…”  - della sua compagna - prefigura una comunicazione impossibile in cui mancano azioni o parole, un vuoto dell’anima che può essere riempito solo con un ritorno alla natura, alle cose semplici, al calore della terra “cruda e rigogliosa”, al  latte appena munto, allo scroscio dell’acqua dei ruscelli, ai germogli che affiorano e fanno primavera, al battito delle folate di vento, quel vento difficile da cantare e tanto caro a Gian Maria Volonté. 

In questo modo si sovrappongono fili di vita e la storia si fa macchinosa, ma poi l’intreccio si dipana attraverso personaggi diversi, paesani, umili uomini dalla profonda saggezza, macchiette teatrali che recitano la loro parte solo per sostenere lo spettacolo della vita, uomini sconfitti in partenza, dipinti su uno sfondo che è la genuina bellezza delle terre del Molise: rocce e prati di montagne che affiorano in valli digradanti, sfumature di cielo e di terre, dove queste si impastano di sapore amaro e di storia di anni, di secoli e millenni. Tutto diventa un caleidoscopio di voci e pensieri, mai sfocati, sempre vividi, attraversati da un sentimento d’amore per le cose e per le persone: anche quando i colori mutano e, come diceva Moulin, si fa fosco il cielo e “le cose assumono un’espressione tragica di potenza e di terrore”.  Allorquando sembra che l’amore si tramuti in tristezza, la stessa che pervade il ricordo dei tempi passati, un raggio di sole interrompe il pianto e dà vita al sogno per ricominciare “da lì, mano nella mano”.

La narrazione che all’inizio è interna, dove il tempo è segnato dai giorni, successivamente si fa esterna, forse un falco, forse una nube racconta da lassù nel cielo, conosce tutto dei suoi personaggi e piano piano li guida, scende tra loro e ne canta l’anima, attraverso personali parole e di altri poeti. Anche la prosa si fa alta. Le anime dei personaggi principali si uniscono all’unisono con quella dell’autore, il quale sembra voglia sentirsi vicino al pittore Moulin, dal quale ne assorbe la linfa che ancora scorre tra i luoghi del Molise. Un altro da sé sembra perdersi tra le montagne di Castelnuovo e del Molise, un alter ego perduto e ritrovato. 

Tutto diventa familiare, persone, luoghi con cui l’autore entra in empatia e ne riconosce la forza che lo cura: unico ristoro, per un corpo vecchio e una mente stanca affollata da un tempo vissuto lontano in un mondo alieno che prende e non dà. 

Il Molise si fa terra personificata nei suoi colori e nei suoi elementi. Una madre ritrova nella carezza delle onde del mare il figlio scomparso nei gorghi marini della seconda guerra mondiale, lo scroscio del ruscello è quello che trasporta nei sogni e nei ricordi diventando acqua che culla e addormenta e annulla le fatiche e rigenera il tempo che consuma. 

Nella parte finale, quasi a chiudere un cerchio, il ritorno alla narrazione interna in prima persona. Lo scandire del tempo è segnato da pagine di diario che ci riportano alle esperienze dirette: soprattutto a quella tanto desiderata della “Sun Dance”  fatta con un ritorno tra gli indiani. Un’esperienza che conclude un percorso di crescita interiore, in cui riusciamo a capire che la libertà si coglie custodendo quel sentimento di rispetto per le cose e per gli uomini, dove i rapporti autentici, il bene per le persone deve essere voluto. Mentre il male spesso è il rifiuto di un sogno, è la distrazione per una persona cara, è la mancanza di coraggio.

Come in un'idea di Grotowschi, l'attore narratore Pierluigi Giorgio fa della sua arte lo strumento che gli permette di liberare ricordi ancestrali ed energie cosmiche. Il Molise è la sua culla, il luogo dove la sua arte si fa racconto così come suggerisce Clarissa Pinkola Esteés:

"Sempre quando si narra una favola, cala la notte. Non importa il posto, il tempo o la stagione: raccontare favole fa sì che un cielo stellato e una luna bianca spuntino dal cielo e si librino sulle teste di chi ascolta in silenzio... Talvolta, alla fine del racconto il luogo si riempie di luce, altre volte resta un frammento di stella o un lembo di cielo tempestoso. Qualunque cosa resti, è un dono prezioso...", anche una piccola nuvola in estate.

lunedì 7 febbraio 2022

SI SEGA LA VECCHIA
(24 febbraio 2002 - II  domenica di Quaresima)

La segatura della Vecchia avveniva nella II domenica di Quaresima. Un po' come nella domenica precedente, le famiglie si riunivano in una casa, attorno ad un grande focolare. Venivano dispensati gli stessi dolci tipici della domenica prima, che però venivano preparati da un'altra massaia, così come il vino proveniva dall'uva della vigna di un altro componente della famiglia. L'unico elemento di diversità, una velata malinconia per il periodo di festa oramai prossimo alla fine.
Ci si riuniva perché la Vecchia doveva morire, doveva essere segata, perciò bisognava fare in fretta e consumare ciò che di grasso rimaneva, che non sarebbe potuto essere più consumato durante il periodo di penitenza precedente la Pasqua.
A tarda sera, alcuni componenti della famiglia, vestiti da legnaioli e armati con una grossa accetta e con una lunga sega dal nome "stuncature" (stroncatore), si presentavano in casa. Con loro portavano o un grosso ceppo rivestito di cenci, quasi a formare un manichino umano, che messolo per terra provavano a segare, o uno del gruppo si vestiva da vecchia e veniva segato con uno "struncature" di legno, che fattolo passare sul corpo, cinto da una catena metallica, imitava perfettamente il rumore prodotto da una sega di ferro a lavoro. La segatura andava avanti solo se la fatica era alleviata da corpose bevute di vino e mangiate di struffoli, e possiamo immaginare la continuazione di questa rappresentazione.
Nonostante ci fossero strofe di canzoni in rima, che tradizionalmente dovevano essere recitate, era facile che queste venissero messe da parte per dar spazio a battute spiritose, a volte allusive, a volte generate dalla confusione che il vino arrecava nella testa degli attori. Nel migliore dei casi, la serata si concludeva con gli ultimi calori di quel legno segato e i canti dei presenti e con essi le ultime faville di Carnevale.

***

La festa di "Si sega la Vecchia", portata nella piazza di Jelsi, rivisitando quella tradizionale, tende a far diventare oggetto di festa un simbolo della tradizione in grado di catalizzare ancora attenzione. Esso diventa l'oggetto che riempie uno spazio vuoto nell'arco delle feste di un gruppo sociale. Spazio che vuole essere oltre ad un momento di rigenerazione e ristoro dalle fatiche quotidiane, anche attenzione verso qualcosa che la storia ci ha dato e di cui oggi noi ne raccogliamo gli elementi più consoni al nostro modo di vedere il mondo.
Se una volta questa festa era l'oggetto di una catarsi sociale, non da meno oggi essa non può essere in grado di scacciare il male che ognuno di noi si porta addosso, fatto di tensioni incontrollate, di stress di ogni tipo, di rancori, di problemi irrisolti, di mancanza di protagonismo, di sconfitte subite e mali incontrollati.
In questo modo, in una rappresentazione come quella di "Si sega la Vecchia", si pone l'accento sul contrasto tra due momenti del vissuto quotidiano dell'uomo di oggi. Da una parte troviamo quello irrazionale, insieme un po' eccessivo e spudorato, un po' giocoso e carnevalesco, di cui la televisione spesso ne è l'interprete principale, e dall'altra quello più razionale e distaccato, spesso moralistico, a volte bigotto di chi si affida totalmente, chiudendo gli occhi, ad un unico credo, che non deve essere per forza solo religioso, e non affronta la realtà con senso critico. Nel nostro caso, quindi, l'oggetto della festa rimane tradizionalmente una Vecchia, non una vecchia qualsiasi ma una Vecchia dissoluta, incosciente e dispensatrice di mali. Tra i suoi mali, oltre a quelli che ognuno irrazionalmente le può attribuire, pensiamo che il più evidente sia quello rappresentato dalla sua testardaggine nel continuare a proteggere un'accozzaglia di inetti e malfattori. La Vecchia nutre figli viziati, giovani succubi, amori licenziosi trasformati in merce, pedofili planetari e sentimenti truculenti e perversi, usurai, trafficanti di ogni genere, diseredati: cieca accozzaglia umana che si oppone a qualsiasi cambiamento del proprio stato, che non vuole prendersi le responsabilità del proprio domani, scegliendo una posizione prona, supina, ambigua, pronta a lasciarsi andare a violenze di ogni genere, senza nessun riferimento, nessun orientamento.
La Vecchia, accusata di alimentare e proteggere nel suo seno questa sorgente di mali comuni, rendendo marcia e improduttiva una parte della società, viene ricercata, catturata, processata pubblicamente e riconosciuta colpevole di circonvenzione e quindi condannata alla pubblica segatura.
Così, oggi come ieri, alcuni legnaioli con lo "stuncature" arrivano sul patibolo con l'impegno di stroncare definitivamente la Vecchia oramai al tramonto, svuotata di senso, utile con le sue spoglie solo ad alimentare il "fuoco delle genti", elemento unico in grado di purificare e rigenerare gli animi.
In questo modo, anche questa volta, nel buio delle nostre notti, in cui spesso l'incoscienza e l'irrazionalità si presentano come sovrani assoluti sotto forma di fobie e depressioni, vince il ricordo che riporta l'uomo alle sue esperienze positive che gli permetteranno di capire, di conoscere meglio se stesso quale essere primigenio e uomo tecnologico alle prese con il domani di sempre.
Il ricordo, il pensiero di ciò che siamo stati e di ciò che vogliamo essere, i lazzi, le dissolute pazzie, il godimento lussurioso e sfrenato della Vecchia, nonché la sua fine crepitante tra la lama che incessante la taglia in due e tra i botti e i fuochi d'artificio, sono le calde faville invernali di un fuoco millenario pronte a lasciare nei cuori quel leggero tepore in grado di far superare i giorni della stagione buia e fredda che ogni uomo non può far a meno di vivere.
Per lo spettacolo saranno impegnati molti paesani che cercheranno di rappresentare quello che sicuramente una volta nella loro vita hanno rappresentato con i propri familiari.

Nel lavoro di animazione, che prevede un carro della Vecchia, un grande falò (il fuoco delle genti), i carabinieri a cavallo, un processo pubblico con avvocati e giudice, la pubblica segatura con canto e fuochi pirotecnici, saranno coinvolti in particolar modo i componenti del Centro Sociale per Anziani del Comune di Jelsi (la memoria storica di queste feste).

Grande impegno organizzativo sarà profuso dalle diverse associazioni locali: Circolo Culturale ULISSE, ADIS (Associazione di impegno sociale), Gruppo GYPTIA, Associazione Musicale SCHUBERT.

dal sito: https://digilander.libero.it/jelsicultura/si.sega.la.vecchia..htm




ROTTURA DELLA PIGNATA

(17 febbraio 2002 - I Domenica di Quaresima)

A Jelsi è in uso da sempre in famiglia, nella prima domenica di Quaresima, riunirsi nella casa dei nonni intorno a un grande focolare per prolungare il Carnevale. In questa occasione di festa una volta (ma in qualche modo ancora oggi) venivano preparati con cura e amore i dolci tipici del Carnevale, semplici sia nella preparazione sia negli ingredienti (acqua, sale, farina zucchero, strutto), i nomi: "struffeglie", "'o nòcche", "zeppole", "scurpelle", che venivano accompagnati, con ripetute inzuppate nei bicchieri "a schieffe", dal vino "saibèlle", in qualche caso da "l'acquate" (vino allungato con acqua). A rallegrare i presenti partecipavano i suonatori di "du' botte" (organetto) e il culmine della festa veniva raggiunto nel momento della rottura della "pignata", contenitore di terracotta, sempre presente lungo l'arco della giornata ai margini della brace del focolare, in cui le nonne facevano bollire i fagioli o le cotiche.
A turno, ognuno dei presenti veniva bendato e con un bastone doveva cercare di colpire la "pignata", che appesa con una cordicella ad un chiodo fissato ad una trave del soffitto veniva fatta oscillare. Essa conteneva dolci di ogni sorta, fichi secchi, "peròzze" (piccole pere invernali) e soprattutto caramelle e cioccolatini, gioia dei bambini allorquando cadevano a terra dopo la rottura. La rottura certamente avveniva dopo estenuanti prove fallite ad arte e quando oramai la serata era arrivata al punto in cui bisognava andare a dormire.


Questa occasione di festa, una volta vissuta soprattutto in famiglia, si è pensato di riviverla in Piazza Umberto I a Jelsi, in modo che la rievocazione di un momento festivo del passato e la sua traduzione nella contemporaneità, caratterizzino un prolungamento del Carnevale che Jelsi vuole vivere, anche in tempo di Quaresima, come pienezza culturale ed effimero quotidiano.
Nella "pignata", contenitore di energie e forze delle nuove generazioni (scrigno di ricchezze e di saggezza), non più quella vecchia e consumata attorno al fuoco dei nonni, ma quella costruita dalle sapienti mani di artisti modellatori di cartapesta, una grande famiglia, la comunità jelsese, ha deciso di mettere le ultime leccornie di Carnevale e qualche sorpresa sonante (un "centone"), in modo che il vissuto, invaso dal freddo delle guerre, da quella in Afganistan a quella in Palestina, nonché da tutti gli scandali e i morti a portata dei media, sia meno triste e proteso verso un futuro più sicuro e più fruttuoso.

https://digilander.libero.it/jelsicultura/pignata.htm

sabato 1 maggio 2021

Buccellato, anche pucellato o tortano o pigna, dal lat. buccella, ovvero boccone. 

Per gli antichi romani il buccellatum era un pane rotondo consumato dai legionari. Ne parla il Codex Iuris Civilis di Giustiniano, riferendo uno scritto del 360 dell’imperatore Costanzo. 

La prima notizia che si ha di questo dolce dopo la caduta dell'Impero romano, che ritroviamo con differenti ingredienti sia nella pasticceria lucchese sia in quella siciliana, è contenuta nel 'Libro delle scadenze' di Federico II: Quaternus excadenciarum, dove il buccellato, due per la precisione, è donato alla Curia da un feudatario di nome Randisio che aveva le terre a Cercemaggiore e a Jelsi nell'attuale Molise, allora Capitanata. Dava per le scadenze di Cercia «… dodici denari, a Natale una spalla di maiale, una coppia di  buccellati, e un lavoro di mietitura.» Il documento risale all’anno 1249.

Il dolce è sopravvissuto nel tempo, cambiando il contenuto ma non la forma circolare. Nel suo libro "Jelsi e il suo territorio" (1953), Vincenzo D'Amico riporta che «Nella ricorrenza festiva di S. Biase [3 febbraio a Jelsi] vengono portati in Chiesa grosse ciambelle di pane (piccillatë) che vanno poi distribuite ai divoti.» Questa tradizione oramai scomparsa si associa a quella milanese, patria del più amato dolce natalizio italiano, in cui nel giorno del Santo di Sebaste si usa mangiare l'ultimo panettone della stagione.

Oggi questo dolce chiamato in dialetto pëccëllatë è prodotto ancora nei forni familiari e semi industriali di Jelsi ed è diventato il dolce tipico di Pasqua. 

Notiamo così come la tradizione si rinnova e si traspone nel tempo. 




giovedì 4 febbraio 2021


CASTELLI IN MOLISE

Molta storia molisana ci è raccontata dalle vicende legate ai castelli medievali, i quali perlopiù affondano le origini nella dominazione longobarda e normanna. Furono proprio quest'ultimi a fondare il Contado di Molise, una regione politica-amministrativa che è rimasta quasi integra fino ad oggi.

domenica 8 novembre 2020


Commemorazione dei caduti di tutte le guerre e 

festa delle Forze armate





Oggi, con qualche giornata di ritardo, siamo qui a rendere omaggio ai nostri caduti di tutte le guerre e siamo qui a festeggiare le forze armate. 

È anche, questo giorno, come ribadito anche dal Presidente dello Stato, il Giorno dell'Unità nazionale. Quella Unità pagata a caro prezzo dai patrioti del Risorgimento e dai tanti italiani che hanno lottato per i diritti, anche per quelli che all'inizio non sono stati riconosciuti e per i quali ci si è opposti. 

La frase “Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani”, attribuita a Massimo D'Azeglio appena dopo l'unificazione dell'Italia, faceva capire quanto ancora all'inizio la nostra Terra era profondamente divisa. Lo ricordano gli eccidi e le rappresaglie dei briganti, come quelli di Casalduni e Pontelandolfo, lo testimoniano le profonde differenze sociali ed economiche, e ne è un documento importante la nostra Costituzione, approvata solo nel 1948. Soprattutto i forti scompensi economici e sociali tra Nord e Sud non hanno fatto sempre bene, ed oggi rivendicazioni di leggi più giuste sul federalismo fiscale ancora reclamate nel libro "Zero al Sud", di Marco Esposito sono una realtà. Ma queste sono scelte che attengono alla dialettica politica e noi oggi siamo qui a riconnetterci con il sacrificio dei padri che con la loro vita e con il sangue versato hanno unito gli animi e dato forza a quel respiro comune fatto di lavoro, di lingua, di storie, di poesie, di canti e di sacrifici comuni tanto da donarci un' Italia migliore.

L'Italia l'abbiamo vista a marzo sui balconi, negli ospedali e poi nei feretri e nei carri carichi di bare, ma quella Italia si è saputa unire in un unico coro nella lotta contro la pandemia. 

Ancora di più, adesso che la recrudescenza del virus si è fatta più violenta, dobbiamo tenere unito e forte il paese. È in questi  momenti critici  che un popolo deve mostrare il suo nerbo, il suo carattere di resilienza, affrontando le intemperie con senso civile, razionale ed equilibrato, mostrando che nonostante le nostre debolezze rispetto ad altri popoli europei, almeno siamo in grado di tenerci uniti. Perché uniti si è forti. Non possiamo pertanto perderci in negazionismi o approcci superficiali alle indicazioni sanitarie. 

Non possiamo dimenticare che dobbiamo essere uniti anche come europei. Perché, solo assieme siamo forti e ce la possiamo fare. 


È questo il momento di mostrare quanto l'Europa non sia solo un disegno politico ma anche una forza economica in grado di dare garanzie di aiuto e ristoro proprio a quelle popolazioni che maggiormente adesso stanno soffrendo.

"Le Forze Armate - ha sottolineato il presidente della Repubblica - hanno saputo corrispondere all'emergenza sanitaria senza risparmio di energie, con il proprio personale altamente specializzato, medici, infermieri, mezzi e strutture mediche, nonché con la intensificazione dei contributi alla sicurezza della convivenza civile nell'ambito dell'Operazione Strade Sicure per il controllo delle aree più a rischio". "Insieme - afferma ancora il presidente della Repubblica - supereremo questi giorni difficili così come insieme abbiamo costruito la Repubblica, libera e prospera". "Restare uniti è l'unico modo per uscirne".


In questo giorno, dobbiamo ricordare con dovere morale improrogabile di uomini civili quello che "è stato". Così come si raccomandava ai posteri, proprio in questo luogo, l'ultimo dei reduci, l'insegnante D'Amico Antonio, che nel leggere tutti i nomi degli uomini che persero la vita nelle guerre, dicendo."…onore sia dato sempre ai figli di Jelsi che per la patria lottarono e morirono."

(segue: lettura di tutti i nomi di tutti i caduti di tutte le guerre e il ricordo coloro che "... nonostante scamparono la morte, hanno portato vivido la loro testimonianza tra noi fino agli ultimi giorni della loro esistenza. Per tutti loro e per quel senso di lotta per il bene comune, qui noi oggi ci ritroviamo").  Viva l'Italia.


(Jelsi, 8 novembre 2020)

giovedì 8 ottobre 2020


In visita da Dario Cecchini, macellaio da 8 generazioni a Panzano nella regione del Chianti  - 21 agosto 2020


Parlami del calore del sole oggi


Parlami del calore del sole oggi

Le vesti son mosse dal vento a maggio 

Devo gridare forte il mio coraggio 

Dai pascoli erbosi e in alto dai poggi


L'uomo di crusca e grano riempie i moggi 

Dai stazzi colmi di paglia e foraggio 

Il tuo corpo ben nutrito io assaggio 

Che in fasci, fusi e fili in stalla sfoggi


Mitra, con lama sacra apre i fiotti 

E il carnefice carne e sangue brama 

Tra lo sfrigolare bocconi taglia


Che porta nel palato per il vaglio 

Pieno d'appetito che di più chiama 

Al caro sacco in un amen condotti


Siam venuti qui dal macellaio poeta 

Che tra un saluto e un selfie il cuor allieta 





venerdì 16 novembre 2018

4 novembre 2018 - Giornata dell'Unità nazionale, delle Forze armate e Commemorazione dei caduti di tutte le guerre





Buongiorno cittadini, autorità civili, militari e religiose. Oggi, 4 Novembre, celebriamo la Giornata dell’Unità d’Italia e delle Forze Armate. Questa è una COMMEMORAZIONE, dal latino Cum che significa insieme e memorare, ricordare. Per intenderci, richiamare alla memoria, ricordare solennemente.  
Ci ritroviamo così ogni anno, qui in chiesa al monumento ai caduti che nel tempo abbiamo imparato a riconoscere come uno spazio del “ricordo”. È qui che con il nostro impegno civile di comunità ogni anno proviamo a non dimenticare che una storia ci ha prodotti. Noi siamo eredi e figli della nostra storia fatta di migrazioni, di scelte, di sudori e sfinimenti, di sacrifici, di sangue versato e di patimenti. È in questo posto che rendiamo omaggio ai caduti di tutte le guerre, ed è qui che riallacciamo i fili della storia della nostra comunità. È qui che ci sforziamo di non dimenticare, perché è facile dimenticare. Dicono le nostre madri “ce vo’ ‘u delore pe’ chiangne”, come per dire che la comprensione passa per il dolore e questo ci deve far comprendere il dramma che è in ognuno di noi e nella umanità stessa. Le generazioni che non hanno vissuto la guerra, spesso hanno difficoltà a comprenderne il Male. Il nostro compito come istituzione, ma anche come padri ed educatori, è quello di guidare a questa comprensione. Qui, nei decenni passati, venivano madri e padri a cui erano stati tolti i figli, mogli senza più mariti, tutti uomini mandati al fronte, dove non c’erano scelte se non quelle di assaltare il nemico. Non si tornava indietro: “O la vittoria o la morte”. Oggi il nostro dovere è non perdere questi ricordi, non dimenticare quello che è stato fatto per arrivare a quello che siamo oggi, abbiamo il dovere di ricordare i fatti storici, per non perdere la rotta verso la quale siamo diretti: il bene del nostro paese. 
Questo luogo ci ricorda l’umana sventura, milioni di morti, i nostri e gli altrui. Nella prima guerra mondiale si contano 16 milioni di soldati circa, a cui sommare tre volte tanto i morti di febbre spagnola facilitati dalla guerra e dalle sue bugie. Questa pandemia fu chiamata “spagnola" perché furono i giornali liberi spagnoli a riportarne per primi la notizia, in quanto la Spagna non era coinvolta nella guerra. I paesi in guerra, chi per un periodo limitato chi per tutta la durata del conflitto, nascose la sua esistenza affermando che la malattia si era diffusa solo nel paese iberico accelerandone irresponsabilmente la diffusione nel resto dell’Europa. 
Furono ancora tanti i morti della seconda guerra mondiale: circa 68 milioni tra militari e civili. In poche parole nel mondo, nel giro di mezzo secolo è scomparsa la popolazione intera di due italie o di 1/4 dell’Europa attuale. 
Durante la prima guerra un ragazzo italiano scrisse in una lettera che la guerra era ingiusta, perché voluta da una minoranza di uomini i quali si approfittavano della ignoranza della grande massa del popolo, e per questo fu condannato a 1 anno e 10 mesi di reclusione militare per “insubordinazione” e “lettera denigratoria”.
L’Italia che è uscita da quelle guerre è stato un paese in ginocchio, nell’economia, nella ricchezza, nei rapporti tra le persone e nelle condizioni sanitarie. Fu una società che ha sofferto la fame, divisa nella politica e distrutta negli animi. Si scambiavano uomini e forza lavoro con sacchi di carbone (Belgio-Protocollo del 23 giugno 1946), si viveva ancora nell’arretratezza, milioni di uomini furono costretti a migrare, mentre chi rimaneva spesso tra gli stenti, i parassiti, i pidocchi, le zecche e altro, doveva lottare con mille difficoltà. Ma da quelle ceneri i nostri avi non persero lo spirito, seppero risorgere e pensare a un mondo migliore. Da quell’annullamento di umanità è nata l’economia europea e l’Europa nuova, unita e in pace. È quella Europa che oggi è alle corde. 
Quindi non possiamo non pensare a un rafforzamento dell’Area-Europa, fatto di paesi aperti e solidali, pronti a mettere mano alla politica comune internazionale per far fronte sia alle debolezze e ai capricci delle grandi potenze sia alle problematiche dei piccoli governi che non sono in grado di amministrare le risorse a loro disposizione. È fondamentale, oggi più che mai, che la politica sia concreta, fatta di scelte coraggiose in cui la forza, soprattutto quella armata, sia sotto il segno di un’unica intesa, in grado di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni.
La realtà è che nel mondo ci sono oltre 300 conflitti, di cui più di 200 vengono combattuti violentemente e questi quasi tutti sono prodotti dalla scarsità di risorse e al sovraffollamento della Terra. Questi rischiano di far deflagrare i rapporti e gli equilibri mondiali. Ne è una testimonianza sia l’esodo dall’Asia e dall’Africa verso l’Europa, sia quello dall’America Latina verso l’America del Nord. Di cui oggi, in questi giorni, ne registriamo uno di proporzioni bibliche che sta avvenendo dall’Honduras verso l’America del Nord.
Sotto questo auspicio, oggi ci ritroviamo qui per dire grazie alle Forze Armate, e visto che il Presidente della repubblica, lo dice l’art. 87 della Costituzione, ha il comando delle Forze armate, in lui confidiamo quale garante delle scelte e delle azioni militari. Con ciò non dobbiamo dimenticare i nostri doveri. Non dobbiamo dimenticare l’art. 52 della Costituzione che ci dice “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, non solo nei doveri militari ma anche in quelli civili in cui si è chiamati a rispettare i “diritti inviolabili dell’uomo, e assolvere al dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale,..”, dovere che figura tra i Principi fondamentali del nostro stare assieme.  
Quindi oggi, un sindaco, e ancora di più noi, per dovere di cittadini, non possiamo girare il volto dalla parte opposta ai problemi dell’uomo in crisi, e tantomeno lo può fare l’Europa che è nata proprio per superare le crisi del Novecento. Non possiamo in nessun modo negare di sapere e di vedere quanto succede intorno a noi, lasciando morire aree italiane sempre più abbandonate dalle istituzioni, altre abbandonate ai ricatti della malavita organizzata, altre ancora abbandonate ai pusher come se la sola economia possibile sia quella di un popolo alla deriva. 
Una società evoluta lo è non solo nella sua organizzazione economica e produttiva, lo deve essere anche e soprattutto nella società civile. I fallimenti dei sistemi umani derivano proprio da una cattiva organizzazione civile e morale. 
La nostra speranza è che queste giornate siano di rinvigorimento del senso della responsabilità civile, della presa di coscienza del valore che ha la storia nella nostra crescita e di rispetto per le Forza armate nel nostro Stato. 
Confortati così dal sentimento di difesa della nostra Terra, fortemente legati ad uno spirito di religiosità che sempre ha contraddistinto il fare del nostro popolo, ci auguriamo il miglioramento e il benessere dell’Uomo.  Pronti e aperti al confronto costruttivo e al dialogo nel rispetto dei DIRITTI e dei DOVERI, senza mai dimenticare che gli uni non possono esistere senza degli altri, alziamo in alto la voce gridando:

Viva Jelsi, Viva le Forze Armate, viva la Repubblica, viva l'Italia. 

lunedì 14 maggio 2018

Sperone di gallo, ossia la Prëvënzanë di Jelsi



Sperone di gallo, ossia la Prëvënzanë di Jelsi


L’olivo sin dall’antichità è stato presente in Molise, ancora prima dei Romani tracce di legno di quercia e di olivo, alberi sacri e rituali, sono state ritrovate in alcune tombe dell’area frenata. Virgilio parlando di tre varietà di olivo, l’orchite, la radio e la posia, aggiunge che il primato per la produzione di olio in tutto il mondo conosciuto del suo tempo toccava all’Italia, grazie soprattutto al territorio di Venafro, da cui si ricavava l’olio liciniano. Nel Medioevo, nel Quaderno delle scadenze, fatto redigere da Federico II, Tufaria (Tufara) pagava alla corona quattro coppas di olio (pari a circa 43 litri d’olio). 

Il primo documento che riferisce della presenza certa di olivi a Jelsi, e dal tono del testo possiamo capire anche dell’importanza che queste piante ricoprivano nell’economia e nella cultura locale, è la cronaca che racconta della furia distruttrice dell’abate Cesare Riccardo nel Sacco di Jelsi, che avvenne nella notte del 17 marzo 1672. Oltre all’uccisione del chierico Francesco Cocchiarone e alla “… rovina dell’abitato seguì quello [il saccheggio] delle campagne con tagli di alberi fruttiferi, specie di ulivi, e con asportazione di animali,..”.

Approfondendo lo studio della storia delle nostre contrade, ci si rende conto che un’economia che faceva affidamento su una sostanziosa produzione di olio prima del ‘700 non è stata mai registrata. Nonostante i tagli del 1672, negli apprezzi della Terra di Jelsi, sia in quello di Hanaclerio, a sedici anni dal Sacco del Riccardo (1688), sia in quello dello Stendardo (1732), una dichiarazione sulla presenza massiccia di olivi che potrebbe far figurare una buona produzione di olio non c’è. Ne è testimone nel Viaggio per la Capitanata (1790) anche l’abate Longano che descrivendo Jelsi ci informa delle potenzialità del territorio per una maggiore intensità colturale della pianta di olivo. “Jelzi (…) è ricco di Vigneti, e Boschi di Cerri, e Querce. Potrebbe avere Uliveti e i Gelsi, ma gli abitanti ne trascurano la piantagione…” Questa realtà agricola andrà avanti non per molto se nel 1796, nel Dizionario geografico-storico-fisico del regno di Napoli, l’Abate D. Francesco Sacco alla voce Jelsi, nell’elencare i prodotti tipici del luogo, per la prima volta inserisce anche l’olio. Scrive: “Le produzioni poi del suo territorio (Jelsi) sono grani, granidindia, legumi, frutti, vini, olj, ghiande, e pascoli per greggi.” Bisogna ricordare che nel ‘700, dopo un lungo periodo di oblio che caratterizzò i secoli XIV, XV e successivi, l’olio italiano e l’uso dell’olio d’oliva tornò ad essere prodotto protagonista sia in cucina sia in molti altri settori, da quello industriale a quello domestico per l’illuminazione degli ambienti, e  fu usato persino come prodotto medicamentoso. Gli studi-guida per una moderna olivicoltura erano quelli di Domenico Grimaldi di Messimeri, patrizio genovese, socio ordinario e corrispondente dell'Accademia de' Georgofili di Firenze, della Società di Agricoltura di Parigi e di Berna, che nel 1777 scrisse Istruzioni sulla nuova manifattura dell'olio introdotta nel Regno di Napoli.  Grimaldi cercava di diffondere le nuove idee illuministiche su un nuovo modo di coltivare l’olivo e di produrre l’olio, facendo affidamento sulle innovazioni provenzali e confortava il suo studio con sperimentazioni svolte a Seminara. Pratiche di cui facevano tesoro i notabili e borghesi locali, da Raimondo di Sangro di Torremaggiore alle varie Società di agricoltura nate qualche decennio dopo in Capitanata e nel Contado di Molise.  Venivano accantonati i suggerimenti degli autori rinascimentali come quelli di Alamanni e diventavano fondamentali quelli di Grimaldi, di Presta, Tavanti e altri.
Molti di loro seguirono le lezioni di economia di Antonio Genovesi, attorno al quale si riunirono giovani intellettuali che segnarono profondi cambiamenti epocali nella cultura meridionale, tra questi Mario Pagano, Melchiorre Delfico, Giacinto Dragonetti e Antonio Jerocades.
Non è un caso che il 27 maggio 1787 il re Ferdinando IV promosse l’esenzione “per 40 anni da ogni dazio per tutti coloro che avessero piantato oliveti in terreni ingombri di macchie, ed agli allevatori di bestiame che li avessero raccolti in determinati luoghi."  e la Società-economica di Capitanata, “sintesi compiuta della civiltà antica innestata alla civiltà moderna”, incoraggiava l’industria dell’olivo e “prometteva il premio di duc. 20 a chi piantava, ed assicurava per tre anni 300 ulivi; di duc. 40 a chi ne piantava, ed assicurava 500, e più tardi distribuiva 4000 piedi gratuitamente.” 

Il miglioramento e la rinascita di una realtà economica a Jelsi e nella Capitanata, di cui Jelsi originariamente ne faceva parte, sono testimoniati anche da Scipione Staffa che, mettendo in evidenza gli sforzi imprenditoriali che mostrano anche attività sperimentali, così descrive la realtà olivicola del Subappennino dauno, dice: 
“L’olio è abbondante, ed eccellente, specialmente dopo l’introduzione degli strettoi idraulici (…) ove distinguonsi i Comuni d'Alberona, Roseto, S. Bartolomeo, S. Marco la Catola, Celenza, Montaguto, Castelluccio Vallemaggiore. 
II sig. Tango di quest’ultimo paese à inventato un frantoio, il quale mercé una ruota inclinatamente solcata sul dorso, frangendo la polpa delle ulive, e restando intatti i nocciuoli produce più abbondante, e migliore olio. E con ciò à raffermato il principio d’Amoroux che i nocciuoli triturati diminuiscono gli olii. Di qui è, che gli olii di Tango possono gareggiare con quelli di Aix, di Genova, e di Lucca.”
Uno slancio produttivo testimoniato a Jelsi anche da un continuo e costante aumento demografico.




Furono gli anni in cui alcuni parroci molisani facevano scontare le penitenze piantando alberi. Ne troviamo testimonianze a Pietracatella e a Montagano. Delle vicende di quest’ultimo paese ce ne parla anche Benedetto Croce, il quale dal Galanti aveva letto che un prete, don Damiano Petrone, dava per penitenza ai peccatori della sua parrocchia la piantumazione di alberi da frutto. Anni di grandi investimenti in attività produttive, caratterizzati anche da investimenti stranieri nel Sud Italia. 
A Jelsi alla fine dell’Ottocento erano all’opera “trappeti a sangue”, cioè azionati da animali, attivi ancora nel ‘900. Nei primi anni Cinquanta si ricorda che ne erano attivi ancora tre, uno situato a Via Roma, della famiglia Santella “Acciottë”, e due in via Costarella, uno della famiglia Maiorano “Marangulë” e l’altro della famiglia Santella “Don Limonë”, sostituiti poco dopo con uno elettrico. Nel 1953 il D'Amico in "Jelsi e il suo territorio" parla della presenza di " ... quattro frantoi per olive, di cui uno importante con superpressa e separatore [con] movimento elettrico."
Il cambiamento proposto dal Grimaldi è riassunto nelle poche righe che troviamo nella Introduzione al suo Dizionario (1777). Ci dice come al suo tempo le buone pratiche del passato si erano imbastardite, cosa dovuta anche da una olivicoltura trascurata nel tempo da vicende politiche. Si racconta della perdita 
“…delle regole usate con tanta esattezza antiche nell’agricoltura degli antichi. Quindi avvenne, che siccome prima l’olio del nostro regno era il più squisito, ed eccellente sopra di ogni altro, per le cattive pratiche fra di noi usate, divenne il meno stimabile fra tutti gli olii, che si producono nell’Italia, ed infinitamente inferiore all’olio de’ Provenzali; e ciò non pertanto il clima è l’istesso, e gli alberi sono della medesima specie, se non che le pratiche della buona cultura, e la maniera di ricavar l’olio sono assolutamente diverse (…) L’esempio dei Provenzali svegliò il desiderio agl’Italiani di migliorare i loro olii…” . 
Parla di tecniche genovesi mutuate dalla Provenza e trapiantate in Calabria, dove si trovavano i terreni di famiglia. Parla di propagazione fatta in semenzaio, di potatura bassa e di sesto d’impianto. Una rivoluzione culturale che coinvolgerà tutto il Meridione. Pertanto, è facile pensare perché ancora oggi esiste una varietà originaria della Daunia (Torremaggiore) dal nome “Peranzana", come è facile intuire il perché si trovi a Jelsi una varietà, diversa dalla pugliese, che richiama lo stesso la Provenza, la “Prëvënzanë”, registrata dall’ARSIAM col nome di Sperone di gallo. 
A proposito, tra le altre varietà tradizionali locali ricordiamo la “Scarciësacchë” o “Prëmutichë”, che matura prima, piena di pruina, utilizzata anche a mensa conciata con sale e spezie, la “Vëllanèllë prëmutichë “e la “tärdivë", l’ “Ulëvónë”, la “Rësciòlë”, la “Ulëvèllë” e la “Ulivë tónnë”. 
Premesso che in molti paesi del Molise, soprattutto della ex Capitanata ma anche in altri comuni del vecchio Contado di Molise, l’albero di olivo giovane è chiamato “prënzónë”, ci siamo chiesti  perché solo a Jelsi per indicare un olivo giovane si usi il diminutivo “pranzuncéglië”, con il suffisso diminutivo “-églië”, l’albero adulto “prënzónë” e la cultivar tipica locale “Prëvënzanë”? Pensiamo che la risposta stia, dopo lo sfregio perpetrato attraverso il taglio da Cesare Riccardo, in un’azione diffusa di reimpianto di olivi alla fine del ‘700 e nell’800 in cui le tecniche e la cultivar più resistente al nostro clima, la “Prëvënzanë”, furono le protagoniste di questa nuova azione agronomica. 
La radice dei nomi sopra riportati, come pure le vicende che ruotano attorno all’olivicoltura meridionale ci danno un chiaro riferimento linguistico e ci portano direttamente alla regione a sud della Francia, la Provenza. Quindi l’olivicoltura locale che si è diffusa sul nostro territorio è stata influenzata dalle tecniche di molitura e agronomiche in auge tipiche della regione francese, grazie alla importante opera di divulgazione della nascente borghesia meridionale. Si può far riferimento sia alla propagazione delle nuove piante e alla potatura che il nuovo uso di fine settecento voleva, non alta come quella di gran parte della Calabria o del Salento ma bassa aperta come quella dei Provenzali, sia alla molitura con “trappeti” moderni. 
Quindi la “Prëvënzanë”, chiamata così a Jelsi e in pochi altri paesi vicini, che in buona parte dell’areale del Tappino e del Fortore è conosciuta con altri nomi: "Astróne", "Spróne", "Zampa di gallo", "Oliva torta o tortarella”, “Ulëvóne”, porta un nome legato non tanto ad una varietà, forse importata o forse autoctona del luogo, ma ad un momento e ad un metodo di lavorazione della pianta e ad un periodo storico di reimpianto. Negli uliveti di quest’areale, gli “argentei uliveti del Fortore”, protagonisti dei racconti di Berengario Amorosa, questa cultivar la fa da padrona. La sua presenza si fa sentire soprattutto nelle rese, 22/24 %, e nei suoi sentori, che variano dalla foglia di pomodoro al pomodoro maturo, con uno sfondo di erbaceo (tarassaco, che localmente si chiama “rugnë”, cicoria e altre erbe spontanee). È una buona oliva anche sulla mensa e ricordiamo che le massaie “la curavano [conciavano] nella cenere”, eliminavano così l’amaro per poi consumarla soprattutto in occasione della festa per l’uccisione del maiale. È un prodotto alimentare che è ancora poco conosciuto e in questi anni sempre più ha avuto un miglioramento qualitativo nella produzione dell’olio, grazie ad un’attenta rivalutazione degli operatori locali e regionali. Certamente, essendo il territorio di Jelsi non esteso e avendo da sempre puntato sulla produzione di grano, la quantità di olio prodotto è sufficiente a soddisfare le esigenze di un numero di consumatori non troppo vasto. Pertanto un ulteriore incremento produttivo può avvenire solo attraverso la realizzazione di nuovi e innovativi impianti di uliveti con un’attenzione maggiore alla produzione in tutto l’areale del Fortore. Attualmente per la molitura già sono presenti alcuni trappeti a ciclo continuo e questo fa ben sperare nel miglioramento della qualità dell’olio. 
La varietà Sperone di gallo, che può rappresentare un prodotto che identifica un territorio, e sappiamo quanto oggi l’identità di un prodotto sia importante per un’economia dove la omogeneizzazione e la massificazione globale risulta deleteria per le piccole realtà, è ben presente a Riccia, Tufara, Pietracatella, Campodipietra, Gambatesa, Gildone, Macchia Valfortore, Mirabello, Monacilioni, Toro, San Giovanni in Galdo e Sant'Elia a Pianisi, ma anche a Baranello, Busso, Oratino e San Giuliano del Sannio. In questi luoghi sembra aver trovato la sua terra di elezione, accumulando ottimi sentori, dati dall’altitudine e dalle ripetute escursioni termiche, ed esprimendo delle ottime reazioni al freddo, diversamente dalle località di pianura più miti, dove i risultati colturali e organolettici non sono soddisfacenti e la pianta soffre l’attacco della mosca. Le sue caratteristiche, lo ripetiamo, sono che oltre ad avere un’elevata resistenza al freddo e agli stress idrici, dando i massimi risultati attorno ai 600-700 metri di altitudine, sviluppa una chioma dal portamento espanso di notevoli dimensioni che richiedono una potatura accurata fatta da persone esperte che ne conoscono a fondo la fisiologia. Particolare è la drupa, che si distingue nel panorama varietale italiano per la sua forma lunga, liscia e curvata da un lato, a forma di testicolo. 
Da un punto di vista morfologico questa cultivar assomiglia a “L’uliva mezzaluna bislunga, aguzza, falcata o Uliva Cornolara o Corniola” del Salento, “dalli Latini indubitamente detta Radius", del Presta (1794). Il quale racconta che a Venafro era bislunga ma non aguzza, ed era di due tipi, la grande e la piccola, che si chiamava Circilluta. Assomiglia anche alla Luquese della Linguadoca, alla Kalamata della Grecia e alla Nerba siciliana con la quale ha in comune anche un distinto sentore di pomodoro maturo. È chiamata Sperone di gallo perché a maturazione avanzata raggrinzisce, prendendo la forma dello sperone del gallo. 
Non sappiamo il grado di parentela con le cultivar dei territori vicini al Molise, la Ravece dell’Irpinia e l’Ortice del Beneventano, alle quali assomiglia sia nella morfologia sia in gran parte nei sentori. Sappiamo per certo che le due varietà campane sono pressoché similari e l’esame del DNA ne ha dato conferma. Siamo nell’attesa delle analisi genetiche della Sperone di gallo, ma intanto possiamo dire che nella forma questa ne può essere un biotipo, forse non è un caso la contiguità dei territori. Se tutto verrà confermato e se le analisi linguistiche delle parole latine “radium" o “radiulus” ci portano alla radice della parola “ravece”, e la parola “orchis” all’ “ortice”, sfatando tante credenze, molto probabilmente ci troviamo di fronte ad una cultivar del mondo classico greco-romano che, grazie anche alle innovazioni e ai metodi di coltivazione provenzali, si è saputa conservare e che con i suoi profumi e il suo sapore ha preservato tutta la bontà della storia delle terre del Sannio.